Filippeschi: «C’è una classe dirigente dal basso che fa la differenza»

5 giugno 2013 | Pubblicato in: News
Intervista di Vladimiro Frulleti, L’unità, a Marco Filippeschi, presidente di Legautonomie e sindaco di Pisa, rieletto lo scorso 27 maggio 2013.
“La mia vittoria ha avuto un che di liberatorio, almeno a vedere il diluvio di messaggini di complimenti che ho ricevuto. Per il Pd queste amministrative sono un po’ una rivincita e dopo le politiche ce n’era bisogno. Ma ora non fermiamoci”. Marco Filippeschi, Già segretario toscano dei Ds, e poi parlamentare, è stato confermato al primo turno sindaco di Pisa. Cinque anni fa andò al ballottaggio. A febbraio il centrosinistra in città era al 42%. Filippeschi invece ha vinto col 54% dei voti e il suo avversario del Pdl, arrivato secondo, è distante di 40 punti. Ancora più sotto i grillini. Probabilmente un record
Filippeschi: «C'è una classe dirigente dal basso che fa la differenza»

Sindaco anche lei vince nonostante il Pd come dice, anche con un po’ di ingratitudine, qualcuno?

«No, ma prima delle elezioni politiche era fiducioso perché dal sondaggio del Sole24Ore ero uno dei pochi sindaci in crescita. Aver vinto al primo turno è sicuramente in controtendenza. Siamo pochi, nemmeno quello al primo mandato vincono al primo turno perché i sindaci oggi sono in grande difficoltà. Devono affrontare la crisi subendo tagli sempre più pesanti. Penso che a Pisa abbiamo governato bene attraverso cambiamenti visibili e apprezzati. Però l’apprensione c’era. Alle politiche era successo un terremoto e i timori erano diffusi. Tanto che adesso c’è quasi un moto liberatorio. È come se ci fossimo presi una rivincita. Nei quartieri più popolari, dove il Pd era andato peggio e Grillo aveva trionfato, abbiamo recuperato benissimo. Il che dimostra che quella era una protesta nazionale e che c’è una classe dirigente che dal basso fa la differenza».
Però questa classe dirigente del Pd non sembra protagonista a livello nazionale. Perché?
«È una questione aperta. Sono sindaco, faccio il presidente della Lega delle Autonomie, il coordinatore nazionale dei consigli delle autonomie. Eppure non è nemmeno con l’impegno che metti a rappresentare gli altri sindaci che vieni considerato o valorizzato in un partito che invece ha nei territori la sua risorsa più importante. S’è creato un distacco che va colmato. Anche perché dove, se non nei territori, si può creare crescita e innovazione? Invece i sindaci sono stati martoriati dai tagli e soggetti a una campagna mortificante ad esempio con le limitazioni alla spesa. Avevo alcuni assessori bravissimi che guadagnavano assai meno che nel loro precedente lavoro e poi si fa campagna sulla casta. Liberiamo queste energie. Ma non per fare scontri personalistici, ma per costruire un’identità e una proposta programmatica. Se io lo faccio a Pisa perché non si può fare anche a livello nazionale?».
Già, perché?

«Ci vuole attenzione. Bisogna investirci. Se si continua a fare come s’è fatto in questi anni non c’è spazio né tempo»

Anche nella sua città però cresce l’area del non voto. È un problema?

«È un problema e un’opportunità. È ovvio che ci sono tendenze europee che si sentono anche da noi. Come è ovvio che come a Pisa, dove l’esito appariva segnato, la partecipazione ne ha risentito. E poi c’è il Movimento 5 Stelle che rifluisce. Però non è che una parte elettori abbia scelto consapevolmente di stare in stand by e di non dare un voto di pura protesta dopo che ha visto i risultati, anche in parlamento, del voto di protesta?»

Un astensionismo voluto?

«Di riflessione. Di chi dice “ora voglio vedere cosa fate. Semmai torno anche a votarvi. Intanto non voto chi ho votato due mesi fa perché non mi ha convinto, perché la protesta non basta e ci vuole anche la proposta. Perché coi soli no non si cambia una città né un Paese”. Guardiamolo con interesse quell’astensionismo. Lì ci può essere il nostro rilancio».

Con quali proposte?

«Facendoci portatori di una riforma istituzionale radicale. No ai minimalismi. Dobbiamo batterci in prima fila per una Camera sola, metà parlamentari, Camera delle autonomie coi rappresentanti di Comuni e Regioni e nuova legge elettorale a doppio turno di collegio. Serve una nuova Repubblica. Nella mia esperienza il rapporto con la Regione e l’Europa è stato vero e costruttivo. Con lo Stato e i governi l’esatto contrario. Berlusconi nemmeno ti ascoltava, Monti era più educato, ma risultati non ce li ha dati».
Ora c’è il suo concittadino Letta.
«Spero sia più attento. Ma se non si cambia lo Stato e la burocrazia non si risolveranno i problemi. Noi stiamo al governo col Pdl per fare questa riforma radicale. Ma poi ci affronteremo da fronti diversi».
Servirà un Pd in salute.

«Per questo serve una discussione vera anche sulle ragioni del risultato delle politiche e su quello che è avvenuto prima. Se entriamo subito nel tunnel della competizione interna, dal quale per altro non siamo mai usciti, non ci sarà né luce per vedere cosa è successo né aria per far respirare i nostri elettori e militanti. Non possiamo chiedergli sempre e solo di schierarsi dietro questo o quello. Non precipitiamoci in un congresso che sia solo di schieramenti. Facciamo venire alla luce del sole le proposte, poi le persone. Forse sono all’antica, ma mi è sembra un po’ curiosa questa rincorsa a scendere in campo».

Ma lei che Pd ha in mente?

«Un grande partito riformista di stampo europeo. Non mi piacciono le derive minimaliste o parasindacali. Il problema è il correntismo e il personalismo esasperato, anche se come tutti i partiti europei dobbiamo avere leadership forti. Ma il discrimine resta la riforma dello Stato. Non l’abbiamo mai presa sul serio. La critica alla politica è fortissima, perché non convogliamo questa forza per le buone riforme? Altrimenti ti scappa da tutte le parti e poi ti travolge come è successo alle ultime politiche».