In 12 città c’è la nuova social card

23 maggio 2013 | Pubblicato in: Finanza territoriale

La nuova social card è operativa. Con un budget di 50 milioni di euro è destinata a famiglie in condizioni economiche e lavorative di estremo disagio, in cui siano presenti dei minori, con il dichiarato intento di contrastare il diffondersi delle condizioni di povertà assoluta nel Paese.

L’iniziativa, firmata dal governo Monti, verrà sperimentata in dodici città (Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino, Venezia e Verona) e convivrà con la vecchia carta, quella voluta dal governo Berlusconi.
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Tuttavia, qualora nel nucleo familiare del richiedente la nuova carta acquisti siano presenti uno o più beneficiari della carta acquisti ordinaria, l’attribuzione dei benefici economici della nuova carta può avvenire solo previa rinuncia del beneficiario, per il periodo della sperimentazione, ai vantaggi connessi al programma carta acquisti ordinaria, da dichiarare espressamente nel modulo di richiesta della social card sperimentale. Possono richiedere la nuova carta, tutti i cittadini italiani o comunitari, i cittadini stranieri in possesso del permesso di soggiorno Ce per soggiornanti di lungo periodo, ma anche i familiari di cittadini italiani o comunitari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro, purchè titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente. Ulteriore condizione e’ che siano residenti nel Comune in cui presenta domanda da almeno un anno dal momento di presentazione della domanda stessa.

Riassumendo i requisiti fondamentali sono di tre tipi: lo stato di famiglia (nel senso che solo le famiglie con minori a carico saranno prese in considerazione); lo stato di bisogno certificato dall’attestato Isee (con quest’ultimo non superiore ad un reddito di 3.000 euro) e infine, e qui sta la vera differenza con la vecchia carta, l’aver dimostrato fattivamente di aver provato ad uscire da questo stato di poverta’. In altre parole i beneficiari dovranno dimostrare di aver aderito a percorsi di inclusione sociale, come ad esempio il rispetto degli obblighi scolastici per i minori e la frequenza di corsi di riqualificazione professionale per i genitori disoccupati.
Il periodo sperimentale dura dodici mesi a decorrere dall’accredito del primo bimestre. I comuni coinvolti, per rendere effettivo il terzo requisito fondamentale, devono predisporre (per almeno meta’ e non oltre i due terzi dei nuclei familiari beneficiari) un progetto personalizzato di presa in carico, volto al superamento della condizione di poverta’, al reinserimento lavorativo e all’inclusione sociale.
Alla realizzazione di questi progetti i Comuni devono provvedere con risorse proprie, nell’ambito delle risorse umane, strumentali e finanziare disponibili a legislazione vigente e nell’ambito degli equilibri di finanza pubblica programmati (in parole povere devono comunque rispettare il patto di stabilita’). Il progetto si configura quindi in maniera profondamente diversa rispetto al mero trasferimento di denaro della vecchia social card e richiede la partecipazione dei componenti del nucleo familiare ad un vero e proprio progetto personalizzato: la mancata sottoscrizione del progetto che vincola al superamento della condizione di povertà è, infatti, motivo di esclusione automatica del beneficio.

VICEMINISTRO GUERRA:SOCIAL CARD PIÙ INCLUSIVA – “La social card e’ semplicemente uno strumento. Il fatto che usiamo per la nostra iniziativa lo stesso strumento ideato da Tremonti, non significa che stiamo parlando della stessa cosa”. Cosi’ il viceministro del Lavoro, Maria Cecilia Guerra, intervistata dall’agenzia Dire sulla sperimentazione della nuova social card, voluta dal governo Monti, dopo la pioggia di critiche ricevute dal precedente esperimento di carta prepagata contro la povertà: quello del governo Berlusconi.
Viceministro, l’idea di Tremonti fu al centro di numerose polemiche, ora il governo ci riprova: quali sono le differenze rispetto alla vecchia social card?

“Quello di Tremonti era uno strumento con pochi soldi e moltissimi paletti. Noi stiamo cercando di mettere in piedi uno strumento generalizzado, piu’ inclusivo e che oltre al contributo economico ha altri due pilastri fondamentali: l’aiuto per il reinserimento nel mondo del lavoro e l’accesso a strategie di servizio sociale. La social card e’ semplicemente uno strumento. Il fatto che usiamo per la nostra iniziativa lo stesso strumento ideato da Tremonti, non significa che stiamo parlando della stessa cosa. Detto questo bisogna fare attenzione: anche il nostro progetto ha dei paletti e dei vincoli, ma siamo comunque davanti ad una sperimentazione, che si spera possa progredire a piccoli passi”.
La sperimentazione partira’ in dodici grandi citta’ (Milano, Torino, Venezia, Verona, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Catania, Palermo) quali sono i feedback degli enti locali?

“L’iniziativa e’ frutto di un lavoro che ha visto il coinvolgimento attivo di questi Comuni. Sono stati diversi i tavoli ai quali hanno partecipato i rappresentanti degli enti locali e, devo dire, si e’ trattato di un confronto positivo e che ho visto una buona disponibilita’ da parte loro”.
Ultimamente si parla spesso di reddito di cittadinanza e di reddito minimo garantito, dall’alto della sua esperienza, pensa che anche in Italia si potrebbero attivare istituti del genere?

“Soprattutto in un periodo di crisi come questo, il tema e’ all’ordine del giorno. Detto questo bisogna capire dove si vuole arrivare. Mi spiego meglio: spesso da noi si tende a fare confusione tra queste due definizioni, ma stiamo parlando di cose diverse. Mentre il reddito minimo garantito e’ un semplice sussidio erogato a tutti gli inoccupati, disoccupati e precariamente occupati, iscritti presso le liste di collocamento dei centri per l’impiego, il reddito di cittadinanza e’ un reddito di base universale pagato a tutti, senza alcun obbligo di attivita’. Nel secondo caso quindi tutti gli altri redditi privati per la maggior parte redditi da lavoro sono aggiunti a questo reddito di base. Quindi bisogna scegliere e comunque, nel caso di reddito di cittadinanza, a mio parere stiamo parlando di utopia”.
Tra queste due vie, come si inserisce la vostra social card?

“Come detto stiamo parlando di un provvedimento molto limitato rispetto a queste due vie, ma si tratta di una sperimentazione. Ad esempio il target non e’ composto da tutti i cittadini in poverta’ assoluta, ma da nuclei familiari. Per intenderci questa sperimentazione coinvolgere solo un totale di 15 mila famiglie, che pero’ si pone come obiettivo non solo quello di elargire dei soldi e che secondo me va su un giusto percorso. Se la domanda e’ ‘Crede che in questa legislatura riusciremo ad estenderla a tutti i poveri?’ Io penso che la risposta purtroppo sia no. Ma sicuramente faremo tanti piccoli passi importanti, verso una prospettiva più ampia”.

DI GIACOMO (LEGAUTONOMIE): BENE SOCIAL CARD – “Gia’ oggi la sperimentazione della nuova social card pone ai Comuni, che sono il primo front office della domanda e del disagio sociale, compiti amministrativi e gestionali molto importanti, in un contesto che registra le difficolta’ crescenti di molti assessorati alle politiche sociali, dopo anni di tagli al personale e alle risorse”. Cosi’ Paolo Di Giacomo, area Welfare Legautonomie, intervistatao dall’agenzia Dire parla della nuova social card voluta dal governo Monti.
Di Giacomo la vecchia social card e’ stata fortemente criticata, cosa cambia con questa? “La Nuova Social Card, così come si configura, risponde pienamente alle raccomandazioni della UE, finalizzate a strategie di inclusione attiva. Quindi finalmente ci si propone di attivare un processo di graduale superamento della condizione di poverta’ attraverso percorsi di reinserimento lavorativo e sociale”.
Pero’, attualmente, si tratta solo di una sperimentazione…

“Si’, e per questo si pone il problema della conferma per il futuro della sperimentazione, al di la’ dei 12 mesi previsti. La lunga durata della crisi rende ancor più grave il fatto che l’Italia non disponga di un tal strumento universale, a fronte dell’aumento della povertà di ben 3 punti percentuali dal 2008 al 2011, con un rischio di povertà fra i minori fra i più alti dell’Europa a 15; il 32,3%, rispetto a una già alta media europea del 27%. Ancora oggi, insieme alla Grecia, il nostro e’ l’unico Paese in Europa a non aver adottato programmi settoriali non episodici in materia di politiche attive di contrasto alla povertà assoluta”.
La sperimentazione prevede che ad occuparsi dei progetti di inclusione siano i Comuni, enti locali ormai allo stremo, senza sforare dal patto di stabilita’…

“I Comuni sono il primo front office della domanda e del disagio sociale e la sperimentazione li mette davanti a compiti amministrativi e gestionali molto importanti, in un contesto che registra le difficolta’ crescenti di molti assessorati alle politiche sociali, dopo anni di tagli al personale e alle risorse, con il progressivo arretramento, in molte realtà territoriali, verso le vecchie pratiche assistenzialistiche. La partecipazione di tutti i soggetti impegnati nel campi del sociale a livello territoriale, come ad esempio coop sociali, volontariato ed onlus, alla definizione e alla gestione dei programmi e dei progetti deve essere senza dubbio una delle carte prioritarie per il successo della sperimentazione”.

SODANO (NAPOLI):NUOVA SOCIAL CARD NON BASTA – “Chiariamo subito, stiamo parlando di un’iniziativa che, a mio parere, e’ totalmente insufficiente”. Cosi’ Tommaso Sodano, vicesindaco e assessore al Welfare di Napoli, fa il punto con la Dire sulla nuova social card introdotta dal governo Monti e che vede nel capoluogo campano, uno dei 12 grandi centri in cui partira’ la sperimentazione del servizio.
Vicesindaco, il governo ci riprova: una social card completamente rivista e con nuovi criteri… “E’ una misura totalmente inadeguata rispetto ad una situazione sociale italiana, e in particolare in una citta’ come quella di Napoli, in un periodo come questo”.
Eppure rispetto al tentativo di Tremonti, stiamo parlando di un’iniziativa con criteri molte piu’ ampi e che stanzia piu’ soldi… “Questo e’ vero, ma si tratta comunque di una platea che ha perso il lavoro negli ultimi tre anni. Gli altri sono esclusi, non vengono considerati, non siamo cioè davanti ad una misura universale di riconoscimento della poverta’. In altre parole molti vincoli e budget comunque basso”.
Lei pensa che questi soldi potevano essere investiti meglio, magari con forme completamente diverse di welfare?

“No, credo semplicemente che ci sia bisogno di molti piu’ soldi. Il punto e’ un altro: che lo si chiami reddito di cittadinanza o salario minimo, il nostro Paese ha bisogno di estendere un contributo universale a tutte le persone in poverta’ come funziona negli altri Paesi europei. Per carita’, stiamo parlando di un provvedimento sicuramente migliore rispetto a quello voluto da Tremonti e dal governo Berlusconi, ma stiamo comunque parlando di una iniziativa molto piccola rispetto ad un problema gigantesco che va affrontato in maniera molto piu’ decisa”.

FRASCAROLI (BOLOGNA): SOCIAL CARD ORA OK – “Il giudizio non può che essere positivo, anche perchè non e’ una misura economica a pioggia, ma un sostegno condiviso, per noi cambia molto”. Cosi’ Amelia Frascaroli, assessore ai Servizi sociali di Bologna, intervistata dalla Dire sulla nuova social card, introdotta dal governo Monti, che vede nel capoluogo emiliano uno dei dodici centri dove verrà sperimentata.
Assessore cosa cambia per lei e per i bolognesi con questa nuova social card?

“Cambia che abbiamo un milione e seicentomila euro per un intervento strutturale di welfare per le classi più disagiate e di questi tempi non e’ poco. La nuova social card si distacca moltissimo dalla precedente: e’ una misura che viene attivata e si inserisce in una logica di reinserimento sociale e lavorativo, non e’ un mero trasferimento di soldi come in passato. Siamo cioè di fronte ad una cosa che in Italia non è mai esistita, nonostante la legge 328 lo preveda, e che finalmente ci toglie dal fanalino di coda della civiltà europea, visto che insieme alla Grecia siamo l’unico stato del vecchio continente che non ha mai sperimentato programmi strutturati contro la povertà. Insomma il giudizio non può che essere positivo, anche perché non è una misura economica a pioggia, ma un sostegno condiviso, per noi cambia molto”.
La legge lascia ai Comuni la facoltà di gestire la sperimentazione, a Bologna come vi state attivando?

“Noi abbiamo un sistema di servizi sociali territoriali che già hanno in carico e monitorano i nuclei che si trovano in situazioni di estrema povertà e per questo abbiamo deciso di non fare un bando: l’organizzazione dei servizi per quartiere ci permette di sapere già quali e dove sono i nuclei e questo piano va di fatto a rinforzare la rete di welfare”.
Si tratta comunque di un servizio che ha dei paletti, ad esempio e’ rivolta a “nuclei familiari” e non ai poveri in senso assoluto…

“E’ evidente che ci sono dei paletti, ma anche che stiamo parlando di un qualcosa che e’ ancora in fase sperimentale. Detto questo, nello specifico, non credo che dalle indicazioni si debba per forza escludere un nucleo formato da una sola persona e perlomeno non sara’ un criterio che influirà per noi”.

ABBATICCHIO (BARI): SI’ A NUOVA SOCIAL CARD – “Io sono stato tra i maggiori critici rispetto alla social card ideata da Tremonti, quella era solo una prebenda, qui parliamo di un’altra cosa”. Cosi’ Ludovico Abbaticchio, assessore al Welfare e alle politiche attive del Lavoro del comune di Bari, commenta la nuova social card introdotta dal governo Monti, in un’intervista alla Dire.
Assessore cosa ne pensa della nuova social card?

“Penso che sia nettamente migliore rispetto a quella passata, anche perche’ e’ nata dalla concertazione con i Comuni, con l’intento di avviare percorsi integrativi per i poveri. Io sono stato tra i maggiori critici rispetto alla social card ideata da Tremonti, quella era solo una prebenda, qui parliamo di un’altra cosa: si tratta di una verifica piu’ profonda e conoscitiva di chi purtroppo vive in condizioni di estrema poverta’, e prevede un vincolo con i servizi sociali per il recupero lavorativo di queste persone. In altri termini la carta si trasforma da strumento passivo a strumento attivo per il cambiamento”.
Soprattutto in campagna elettorale, in molti hanno parlato di reddito di cittadinaza, secondo lei e’ qualcosa di utopico o questo provvedimento e’ un piccolo passo in questo senso?

“Il reddito di cittadinanza, a mio parere, e’ un qualcosa che comunque se attuato, dovrebbe avere uno status provvisorio e di recupero. Io sono molto piu’ propenso a dare ai Comuni i finanziamenti e vincolarli a progetti con obiettivi chiari e stabiliti e collegare questo discorso ad un piano di defiscalizzazione alle aziende che assumono chi e’ ai margini della societa’. In questo senso la sperimentazione della nuova social card e’ un buon inizio, ma non dobbiamo fermarci: abbiamo bisogno di nuove leggi che favoriscano sempre di piu’ l’inclusione sociale”.

DAMERI (GENOVA): CON SOCIAL CARD PASSO AVANTI – “A Genova abbiamo presentato da poco una ricerca, durata sei mesi, che dimostra come il disagio economico e sociale stia aumentando in maniera inesorabile. Eppure subiamo tagli di risorse e personale dal governo in maniera costante, in questo senso, la nuova social card, non puo’ che essere un passo avanti”. Cosi’ Paola Dameri, assessore alle politiche Socio sanitarie e dalla casa di Genova, parla della sperimentazione della nuova social card voluta dal governo Monti, in un’intervista alla Dire.
Assessore Dameri come giudica la nuova social card?

“Credo che si siano fatti passi avanti. L’obbligo dell’inclusione sociale di questa iniziativa, la trasforma in qualcosa di diverso da un semplice sussidio e permette un lavoro ad ampio raggio nel contrasto al disagio sociale. Certo, considerando che i piani specifici che affiancano la carta, dovranno essere messi in atto dai Comuni, si tratta di un aggravio del carico di lavoro importante…”
Per voi si tratta quindi di un’ulteriore sfida, visto che anche in questo caso non potrete violare il patto di stabilita’?

“A Genova abbiamo presentato da poco una ricerca, durata sei mesi, che dimostra come il disagio economico e sociale stia aumentando in maniera inesorabile. Eppure subiamo tagli di risorse e personale dal governo in maniera costante. La crisi ci sta mettendo davanti ad una richiesta di welfare sempre piu’ importante e dobbiamo occuparcene con lo stesso numero di dipendenti, perche’ non si puo’ assumere, e con un numero di risorse sempre piu’ esiguo. Del resto i numeri parlano da soli: il fondo nazionale per le politiche sociali si e’ ridotto da 2 miliardi e mezzo a 300 milioni”.
Eppure in campagna elettorale molti politici hanno parlato di voler istituire un reddito minimo garantito per i cittadini, per lei e’ un’ utopia?

“Su questo da tempo c’e’ un ampio dibattito e si e’ prodotta molta letteratura. Noi stessi, a Genova, grazie alla rete ‘Welforum’ abbiamo parecchi dati in merito. Io piu’ che di reddito minimo garantito, preferirei si parlasse di reddito minimo di inserimento, e cioe’ di politiche attive e propositive per il cittadino e la nuova social card va in questo senso. Troppo spesso nel nostro Paese si e’ cercato di risolvere i problemi con dei fondi dati a pioggia, che non portano a veri risultati, ma che si mangiano fette importanti di risorse che potrebbero essere indirizzate meglio”.

[Fonte: Agenzia Dire – www.dire.it – http://www.dire.it/home/3083-social-card-focus-legautonomie.dire ]