Un patto programmatico per i candidati in Parlamento

16 gennaio 2013 | Pubblicato in: home
Lettera del presidente di Legautonomie, Marco Filippeschi, pubblicata dal quotidiano “Italia Oggi”
Scrivo ai candidati e alle candidate per il Parlamento, come sindaco e presidente di Legautonomie, cercando d’interpretare il sentimento e la visione di tanti amministratori. Chiedo loro di prendere impegni. Quello che serve ad un Programma di legislatura credibile è un «patto» offerto direttamente ai cittadini, che vincoli in piena trasparenza e prima delle elezioni chi sarà eletto, i partiti e le forze civiche che formeranno la coalizione.

Primo obiettivo una grande riforma costituzionale, vitale: quella del Parlamento, in una legislatura costituente. Regioni e comuni vogliono che il Senato attuale sia trasformato in Camera delle Autonomie, con i rappresentanti che siano espressione diretta delle istituzioni che li esprimono. Questa riforma, graditissima ai cittadini, potrebbe davvero portare a una forte diminuzione del numero dei parlamentari eletti, ma soprattutto darebbe maggiore capacità legislativa e di controllo alla Camera, l’unica che domani esprimerebbe la fiducia ai governi. E creerebbe l’altra Camera federale, quella della responsabilità nazionale condivisa, che consentirà di attuare davvero l’articolo 5 della Costituzione: «La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali». Senza l’impegno chiaro per questa riforma, parlare ancora di federalismo nel Programma non sarà credibile. In questi mesi abbiamo subito un’offensiva neocentralista. Si deve notare che l’«Agenda Monti» è reticente su questi obiettivi e dunque rispecchia conservatorismi da Prima Repubblica e una vecchia cultura «ministerialista».

Le altre due riforme essenziali riguardano la legge elettorale nazionale e quella sui partiti politici, che interpreti l’articolo 49 della Costituzione. E’ utile ricordare che il doppio turno in vigore per i comuni ha dato buoni risultati, responsabilizzando gli elettori e dando stabilità ai governi. Venendo alle politiche: le città devono essere un punto focale del cambiamento. E’ così nei Paesi europei che affrontano meglio la crisi. Spesso i comuni sono stati e sono un presidio contro la crisi. Sono il luogo dove si sperimentano innovazioni e il rapporto con i cittadini e le imprese è ancora saldo. Io vedo che, anche nelle difficoltà finanziarie, si possono fare cose nuove e dare buoni esempi. Anche per questo la riforma delle province, affossata dal Pdl, va portata fino in fondo, con una revisione organica della Carta delle Autonomie Locali. Avere enti intermedi fra comuni e regioni che esercitino poche ma importanti funzioni di «area vasta», secondo la tendenza affermatasi in altri paesi europei, è importante.

Una proposta di metodo: gli incentivi per la crescita, nuove regole e risorse, siano davvero selettivi. Si deve premiare fra le città chi dà progettualità e creatività, chi dà tempi rapidi e certi per le realizzazioni, con procedimenti trasparenti, dimostrando di stare nelle reti europee e di rispondere agli standard richiesti. Si deve riconoscere chi porta bilanci «virtuosi», anche recuperando l’evasione di tasse e tariffe; perché la crescita, se ripartirà, non sarà diffusa sul territorio del Paese in modo uniforme; sarà fatta di progetti vincenti e di buoni esempi, di radicali sburocratizzazioni, ci saranno «gruppi di testa», trainanti, com’è stato anche in altre fasi di cambiamento e di crescita delle autonomie locali.

Si deve investire sulle città. C’è un enorme campo di modernizzazione da coltivare. Ormai c’è una sfasatura evidente fra la consapevolezza diffusa dei progressi possibili, fra un ceto urbano che soffre le arretratezze e vede, deluso, gli avanzamenti tecnologici e le potenzialità positive che non si colgono. Le due rivoluzioni fondamentali, quella digitale e quella delle energie, consentono oggi di ripensare le città in modo radicalmente nuovo. Dobbiamo farne dei veri e propri cantieri d’innovazione, concentrando risorse e promuovendo strumenti per semplificare i procedimenti e raggiungere più velocemente gli obiettivi. «Città intelligenti» non deve diventare uno slogan consumato. Serve una politica e una cabina di regia, che veda coinvolte le autonomie locali. Dare obiettivi per l’economia basata sull’Ict e sulle reti digitali: mobilità urbana sostenibile ed elettrica; esaltazione della centralità logistica; recupero energetico e autoproduzione; valorizzazione dei beni culturali anche per lo sviluppo di un turismo nuovo; interventi di tutela ambientale e di difesa del suolo. Solo per fare alcuni esempi efficaci.

C’è da riscrivere tutto un capitolo. Il dissesto idrogeologico ci dice drammaticamente che per le politiche urbanistiche servono un’impostazione nuova e regole a tutela dell’interesse pubblico. Prendiamo ad esempio la legislazione europea più avanzata, quella che dà ai comuni effettivi poteri di programmazione. Recupero, riuso, pianificazione metropolitana, investimento sui parchi naturali, contro il consumo scriteriato di suolo e gli scempi compiuti che ora paghiamo a carissimo prezzo.

Sui servizi di comunità, che mostrano enormi disparità fra le regioni, puntiamo sì sulla sussidiarietà, ma creiamo standard per la qualità delle prestazioni e per la tutela del lavoro degli operatori. Favoriamo i «Patti di Comunità» chiamando anche i privati a fare investimenti sociali e pubblici. E lanciamo grandi campagne di civiltà per la dotazione di «asili» e di scuole per l’infanzia. Non dimentichiamoci che per il diritto alla salute, come per la formazione, la ricerca e la cultura, l’Italia investe assai meno degli altri Paesi europei più avanzati. Il superamento di questo dislivello è l’obiettivo politico fondamentale di governo, per cambiare il nostro paese in un’Europa dinamica e solidale.

Marco Filippeschi, presidente nazionale di Legautonomie, sindaco di Pisa.