“Le città siano il fulcro del cambiamento”. Lettera aperta di Marco Filippeschi a Pier Luigi Bersani

5 dicembre 2012 | Pubblicato in: News
CARO SEGRETARIO E CANDIDATO PRESIDENTE, NON TI SCRIVO DA SINDACO E DA PRESIDENTE Di LEGAUTONOMIE PER FARE LA SOLITA LAMENTAZIONE.
Il tuo successo alle primarie deve davvero aprire una pagina nuova, costruttiva, oserei anche dire ottimista. Perché dobbiamo trasmettere fiducia agli italiani, dire che ce la faremo e che abbiamo tutto il coraggio e la capacità di governo che servono. Le città devono essere il punto focale del cambiamento. È così nei paesi europei che affrontano meglio la crisi.
"Le città siano il fulcro del cambiamento". Lettera aperta di Marco Filippeschi a Pier Luigi Bersani

L´elezione diretta dei sindaci è stata la prima e più valida riforma istituzionale e spesso, non sempre, i comuni sono stati e sono un presidio contro la crisi. Il luogo dove si sperimentano innovazioni e il rapporto con i cittadini e le imprese è ancora saldo. lo vedo che, anche nelle difficoltà finanziarie, si possono fare cose nuove e dare buoni esempi.
Quello che serve al tuo e nostro programma è un «patto» offerto direttamente ai cittadini, che impegni e vincoli prima delle elezioni chi sarà eletto in parlamento, i partiti e le forze civiche che formeranno la coalizione.

Innanzitutto una proposta di metodo: gli incentivi per la crescita, nuove regole e risorse, siano davvero selettivi. Si deve premiare fra le città chi dà progettualità e creatività, chi dà tempi rapidi e certi per le realizzazioni, con procedimenti trasparenti, chi dimostra di stare nelle reti europee e di rispondere agli standard richiesti per le azioni dell´Unione europea.
Si deve riconoscere chi porta bilanci «virtuosi» e non fare il contrario. Perché la crescita, se ripartirà, non sarà diffusa sul territorio del paese in modo uniforme: sarà fatta di progetti vincenti e di buoni esempi.
Dovrà mettere alla prova radicali sburocratizzazioni. Ci saranno «gruppi di testa», trainanti. Questo deve valere anche per il Mezzogiorno.
Le politiche mirate devono seguire lo stesso metodo. Si deve investire sulle città. C´è un enorme campo di modernizzazione da coltivare. Ormai c´è una sfasatura evidente fra la consapevolezza diffusa dei progressi possibili, fra un ceto urbano – che nelle primarie ti ha dato molta fiducia – che soffre le arretratezze e vede, deluso, gli avanzamenti tecnologici e le potenzialità positive che non si colgono.

Le due rivoluzioni fondamentali, quella digitale e quella delle energie, consentono oggi di ripensare le città in modo radicalmente nuovo. Dobbiamo farne dei veri e propri cantieri d´innovazione, concentrando risorse e promuovendo strumenti per semplificare i procedimenti e raggiungere più velocemente gli obiettivi. «Città intelligenti» non deve diventare uno slogan consumato fra gli altri. Né un modo per dirigere finanziamenti secondo logiche accademiche o compensative.
Serve una politica e una cabina di regia. Mobilità urbana sostenibile ed elettrica; esaltazione della centralità logistica; recupero energetico e autoproduzione; valorizzazione dei beni culturali anche per lo sviluppo di un turismo nuovo; interventi di tutela ambientale e di difesa del suolo. Solo per fare alcuni esempi efficaci. Per questo, per dare massa critica, serve agire per «progetti integrati»: quando si è fatto, con la collaborazione stratta fra comuni e regioni, si sono raggiunti buoni risultati anche in Italia.
C´è da riscrivere tutto un capitolo. Quello che accade ci dice drammaticamente che per le politiche urbanistiche servono un´impostazione nuova e regole a tutela dell´interesse pubblico che diano, insieme, indirizzi rigorosi e fluidità. Prendiamo ad esempio la legislazione europea più avanzata, quella che dà ai comuni effettivi poteri di programmazione.
Recupero, riuso, pianificazione metropolitana, di area vasta, contro il consumo scriteriato di suolo e gli scempi compiuti che ora paghiamo a carissimo prezzo. Sui servizi di comunità, che mostrano enormi disparità fra le regioni, puntiamo di certo sulla sussidiarietà, senza smantellare la rete d´offerta istituzionale, creando standard, anche differenziati, per la qualità delle prestazioni e per la tutela del lavoro degli operatori.
Consentendo una crescita, un´evoluzione che altrimenti sarebbe impossibile. E lanciamo grandi campagne di civiltà per la dotazione di «asili» e di scuole per l´infanzia. I buoni esempi certo non mancano. Per ultima, una grande riforma costituzionale, vitale, che c´interessa. Quella del parlamento. Regioni e comuni vogliono che il Senato attuale sia trasformato in camera delle autonomie, con i rappresentanti che siano espressione diretta delle istituzioni che li esprimono, già eletti. Questa riforma, graditissima ai cittadini, potrebbe davvero portare a una forte diminuzione del numero dei parlamentari eletti, ma soprattutto darebbe maggiore capacità legislativa e di controllo alla Camera, l´unica che domani darebbe la fiducia ai governi. E creerebbe l´altra camera federale, quella della responsabilità nazionale condivisa, che consentirà di attuare davvero l´articolo 5 della Costituzione: «La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali».
Senza l´impegno chiaro per questa riforma parlare ancora di federalismo nel Programma non sarà credibile, mentre oggi sentiamo una fredda ventata di neocentralismo. Sapendo d´interpretare la volontà di una larghissima e anche trasversale maggioranza dei sindaci, chiedo su questa riforma vitale un tuo «patto» con gli elettori, che i nostri candidati devono accettare e poi rispettare. Dopo il voto non sarà giustificata nessuna difesa di prerogative e posizioni: le furbizie da «casta», i conservatorismi e le false promesse degli imbonitori hanno portato la politica al punto più basso di affidabilità. Ora tocca a noi. Chi ti ha votato nelle primarie ha scelto, oltre che per il tuo coraggio, per la tua forza. Ora ne hai di più. Dimostriamo che si cambia davvero.