Una nuova cultura autonomista per l’Italia

30 ottobre 2012 | Pubblicato in: News
“Vent’anni di berlusconismo e di leghismo hanno corroso fino ad annullarla una storica cultura autonomista patrimonio secolare della storia socialista e cattolico popolare italiana.
La stessa approvazione della riforma del Titolo V della seconda parte della Costituzione approvata nel 2001, che pure ha significato l’approdo necessario di un percorso importante, è avvenuto in un contesto di affanno dei riformisti …”

Di seguito pubblichiamo una nota a firma di alcuni deputati delle Commissioni parlamentari Affari Costituzionali (I) e Finanze (V).

Una nuova cultura autonomista per l'Italia

Venti anni di berlusconismo e di leghismo hanno corroso fino ad annullarla una storica cultura autonomista patrimonio secolare della storia socialista e cattolico popolare italiana.

La stessa approvazione della riforma del titolo V della seconda parte della Costituzione approvata nel 2001, che pure ha significato l’approdo necessario di un percorso importante, e’ avvenuto in un contesto di affanno dei riformisti in cui occorreva arginare il localismo populista, secessionista e anti europeo della Lega. Obiettivo tutto sommato mancato come si premuro’ di dimostrare l’ azione del governo Berlusconi fra il 2001/2006. Quei cinque anni furono esiziali per il contenuto riformatore del titolo V, con un governo impegnato a smontare la riforma invece di attuarla e/o correggerla. Ma quello che piu’ ha inciso e’ stato il combinato disposto del berlusconismo e del leghismo che ha piegato le misure importanti di autonomia previste prima dalle leggi Bassanini e poi dal Titolo V a pratiche di governo molto lontane da quella importante e storica cultura autonomista di cui abbiamo parlato sopra, finendo per lasciare il campo a pratiche clientelari, a classi dirigenti squalificate e voraci. Un fenomeno che si e’ esteso attraverso un uso distorto del cosidetto spoil sistem anche ai dirigenti delle amministrazioni. Un fenomeno che purtroppo, in assenza di un partito forte ha, qui e la, intaccato anche la cultura di governo di amministratori eletti dal centro sinistra che come minimo si puo’ dire che in alcuni casi abbiano abbassato la guardia rispetto a metodi diventati ormai cultura diffusa e pervasiva tanto da essere ritenuta corrente e rispetto alla quale la reazione e’ stata debole o nulla.

Questa molto sommaria analisi non puo’ esimersi infine dal richiamare un ulteriore elemento che ha contribuito all’approdo attuale: ci riferiamo alla azione “sindacale” delle associazioni dei comuni, delle province, delle comunita’ montane, delle stesse regioni. L’azione di questi soggetti, per altro fondamentali, invece di interpretare e promuovere il nuovo contesto rappresentato dal Titolo V ha prodotto chiusure, conflitti fra livelli istituzionali, logiche corporative, immobilismo rispetto alla necessita’ di autoriforma del sistema di governo locale. L’idea che il Titolo V chiamasse solo lo Stato Centrale a cambiare si e’ rivelata mortale: lo stato centrale non e’ cambiato come doveva, barcamenandosi nelle divisioni del sistema delle regioni e delle autonomie, e i livelli istituzionali territoriali non hanno saputo interpretare la situazione nuova. Gli esempi concreti che abbiamo vissuto in questi anni e quelli ancora piu’ gravi che viviamo ora, sembrano proprio la trama di un complotto: una tecnocrazia che alberga senza soluzione di continuita’ nei gangli fondamentali del potere statale centrale con la complicita’ di organi di informazione molto influenti che , di fronte all’immobilismo riformatore delle autonomie, comincia ad aggredire i rami piu’ deboli come le comunità montane e i consigli di circoscrizione, poi le province, e ora i pezzi forti delle regioni. I comuni arriveranno di certo. Basta vedere il cervellotico e diremmo quasi diabolico sistema dei controlli che ai comuni si e’ deciso di imporre con il decreto 174 del 10 ottobre 2012. Il sospetto che in verità dietro a queste azioni si nasconda non tanto e non solo la necessita’ di garantire l’equilibrio dei conti pubblici ma la volonta’ di demolire un modello di protezione sociale e mettere le mani su un complesso sistema di beni comuni garantiti da servizi pubblici e’ troppo pressante per essere solo un sospetto.

Oggi il pericolo e’ che invece di favorire la nascita di una nuova cultura autonomista, anche sotto la spinta della crisi economica piu’ grave che il paese ricordi, si faccia strada l’idea che le autonomie siano un danno e il centralismo la soluzione. Consideriamo questa che e’ già molto di piu’ che una ipotesi un errore strategico e tragico per il futuro del paese, della sua coesione sociale, della sua crescita economica e civile. Per questo e’ necessario porre un freno ad una tendenza che con l’argomento della lotta ai costi della politica e all’eccesso di burocrazia, in verità demolisce sistematicamente gli spazi di autogoverno degli enti locali e delle regioni e soprattutto mina alle basi il sistema dei servizi che da questi dipendono. Il PD deve cominciare a dire basta e deve farlo subito agendo nel merito anche dei provvedimenti in corso di approvazione in questo scorcio finale di legislatura. Per quanto ci riguarda intendiamo essere conseguenti nell’impegno di rivedere le disposizioni del già citato decreto 174. Il PD e il centro sinistra che si candida al governo ha il dovere di riprendere il capo del filo per tessere una risposta a questa offensiva pericolosa e soprattutto dannosa per il paese. Chi pensa ad esempio che nel momento stesso in cui si parla di un bisogno di piu’ Europa si possa ridimensionare il ruolo delle regioni per rafforzare il centralismo nazionale non sa o fa finta di non sapere che sta andando esattamente dalla parte opposta della storia. Ma nello stesso tempo chi pensa di sconfiggere questa offensiva difendendo le regioni per come le conosciamo sappia che va incontro a sconfitta certa. Il PD e il centro sinistra debbono mettere a fuoco un disegno che abbia una coerenza sia in riferimento al sistema istituzionale che si vuole costruire modificando anche la Costituzione sia del sistema di governo dei servizi, per essere certo dipoter utilizzare proficuamente il prossimo quinquennio. Questa necessita’ di visione e di proposta non e’ rinviabile.Noi pensiamo che il riordino in atto delle province, pur maturato in un contesto confuso e pieno di populismi di diverso segno sia comunque una occasione da cogliere. Alla proposta demagogica che puntava alla eliminazione di un livello intermedio di governo di area vasta fra comuni e regioni presente in tutti gli ordinamenti dei principali paesi europei, siamo riusciti ad opporre una idea nuova di provincia. Tutte le vecchie province verranno chiuse. Quelle che nasceranno saranno tutte nuove province e parallelamente abbiamo sbloccato il ventennale ritardo nel varo delle città metropolitane. Ma questa riforma se non dara’ luogo a seguire ad una riforma, inclusa la riduzione del numero, delle regioni a statuto ordinario e a statuto speciale, e dei comuni che abbisognano di una forte spinta al superamento della frammentazione, sara’ inutile.

E’ dentro questo processo dinamico che deve nascere una nuova cultura autonomista che non si misuri piu’ prevalentemente sull’asse autonomia-identia’ ma si sposti significativamente su quello autonomia-razionalita’-efficacia. Su questo asse ha senso riformare gli strumenti di misurazione delle performance riprendendo il lavoro avviato con il federalismo fiscale e quelli di controllo alla luce di un limite acclarato evidenziato da come (non) sono stati realizzati e gestiti i controlli interni , ma non ha senso invadere e svuotare l’autonomia e l’autogoverno. Su questo asse occorre ridefinire il rapporto fra pubblico e privato riprendendo una iniziativa sui beni comuni e sui servizi di welfare locale. Su questo asse soprattutto si deve ridefinire la credibilita’ della politica e con essa un rafforzamento della democrazia. C’e’ un rapporto indissolubile fra democrazia, efficacia e razionalita’ della azione di governo e autonomie locali che solo una presunzione tecnocratica puo’ sottovalutare con effetti che possono davvero essere pericolosi.

firmato: Amici Sesa, Bressa Gianclaudio, Bordo Michele, Ferrari Perangelo, Fiano Emanuele, Fontanelli Paolo, Giovanelli Oriano, Lo Moro Doris, Minniti Marco, Naccarato Alessandro, Pollastrini Barbara, Pizzetti Luciano, Zaccaria Roberto.