FOCUS /Riforma degli Enti locali, il governo la spinge per decreto

25 ottobre 2012 | Pubblicato in: News
Nell’approfondimento tematico di Legautonomie e Agenzia Dire di questa settimana si parla di riforma del Titolo V della Costituzione. Gli interventi di: Marco Filippeschi, sindaco di Pisa e Presidente di Legautonomie; Augusto Barbera, già parlamentare, professore costituzionalista; Stefano Ceccanti, senatore Pd e relatore in commissione Affari costituzionali di palazzo Madama; Andrea Pastore, senatore del Pdl e membro della commissione Affari costituzionali
L’autogestione è finita. Approvato, nel Consiglio dei ministri del 9 ottobre, il nuovo disegno di legge costituzionale del governo Monti riforma il Titolo V, e spezza il sogno degli Enti locali: il principio di supremazia dello Stato su tutte le materie, a prescindere dalla competenza legislativa, è sancito.
Nella conferenza stampa successiva alla riunione del Consiglio, il presidente Monti sottolinea come il governo “si è dedicato al compito di prendere misure per accrescere la competitività dell’Italia e rimuovere alcuni impedimenti strutturali, ma abbiamo riscontrato che un ostacolo tra i molti risiede in alcuni particolarità istituzionali. In particolare alcuni aspetti del Titolo V della Costituzione”. Il disegno di legge interviene dopo undici anni dalla precedente revisione, attuata con un’altra legge costituzionale, 18 ottobre 2001.
FOCUS /Riforma degli Enti locali, il governo la spinge per decreto

La riforma, o la ‘controriforma’, come già l’hanno ribattezzata molti politici locali, mette in primo piano il principio dell’unità giuridica ed economica della Repubblica come valore fondamentale dell’ordinamento, prevedendo che la sua garanzia, insieme a quella dei diritti costituzionali, costituisca compito primario della legge dello Stato.

Il principio viene sancito, anche a prescindere dal riparto delle materie fra legge statale e legge regionale. Si tratta della cosiddetta ‘clausola di supremazia’. Tra le principali novità, si procederà ad una parziale rivisitazione degli elenchi delle materie di legislazione esclusiva statale e di legislazione concorrente delle regioni: ad esempio, vengono inserite nel campo della legislazione esclusiva dello Stato alcune materie che erano precedentemente considerate di legislazione concorrente, come il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, le grandi reti di trasporto e di navigazione, la disciplina dell’istruzione, il commercio con l’estero, la produzione, il trasporto e la distribuzione nazionale dell’energia. Riguardo alla potesta’ legislativa l’attuale articolo 117, oltre a stabilire quali materie sono attribuite esclusivamente allo Stato e quali alla potesta’ concorrente, prevede che “nelle materie di legislazione concorrente’ spetti alle Regioni ‘la potesta’ legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato”. Il disegno di legge costituzionale attribuisce, invece, alla legge statale un ruolo più ampio nell’area della legislazione concorrente, prevedendo che spetti alla legge dello Stato non più di stabilire i “principi fondamentali”, bensi’ di porre la disciplina funzionale a garantire l’unita’ giuridica ed economica della Repubblica. Nella competenza statale vengono inserite inoltre anche materie sino ad ora non specificamente individuate nella Costituzione e che sono state oggetto, in questi anni, di contenzioso costituzionale, come la disciplina giuridica del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche e la disciplina generale degli enti locali. Vengono disposti, poi, confini meno rigidi fra potesta’ regolamentare del governo e potesta’ regolamentare delle regioni, prevedendo in modo semplice che lo Stato e le regioni possono emanare regolamenti per l’attuazione delle proprie leggi. Infine viene riconosciuta la competenza della Corte dei conti a svolgere controlli sugli atti e sui bilanci delle regioni; l’equilibrio di bilancio e il contributo al raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica sono individuati come principi validi anche nei confronti dell’autonomia delle regioni a statuto speciale.

FILIPPESCHI: NON ABBANDONARE IL PROGETTO FEDERALISTA – ‘Sul passaggio di alcune importanti competenze nuovamente allo Stato come i trasporti ed energia, non sono contrario, ma perplesso: non vorrei fosse il primo grande passo verso l’abbandono del progetto federalista, già di per sé compromesso con le ultime manovre finanziarie’ afferma Marco Fillipeschi, sindaco di Pisa e presidente di Legautonomie, interpellato dalla Dire sulla riforma del titolo V della Costituzione. Per Filippeschi, “il decreto legge del governo è certamente utile, detta nuove regole finalizzate a riequilibrare la situazione finanziaria degli enti locali in difficoltà e a favorire la trasparenza e la riduzione dei costi degli apparati politici delle regioni. E’ giusto imporre maggiore sobrietà alle regioni, visto che i comuni sono già stati sottoposti a una simile disciplina”.

Un conto, sottolinea Filippeschi, “è la previsione dell’obbligo per le regioni del pareggio di bilancio – che per i comuni e le province esiste già – e la reintroduzione di forme di controllo sulla legittimità degli atti amministrativi, un’altra cosa è arrivare a ‘spogliare’ gli enti locali di tutti i poteri governativi e di indirizzo politico che hanno sul loro territorio. Penso per esempio alle politiche di sviluppo indirizzate alle imprese ma anche al welfare. Spero dunque non si voglia tornare al passato gettando via, come si suol dire, il bambino con l’acqua sporca. Io ritengo che occorra una manutenzione straordinaria della riforma federale che ne salvaguardi gli aspetti più virtuosi e superi quelli che non hanno funzionato”.

Non si torna indietro? “Le misure adottate dal governo sono utili, ma facendo attenzione ad una ricentralizzazione acritica delle responsabilità nella gestione delle risorse pubbliche”.

Legautonomie ha una sua proposta al riguardo? Quale strada sarebbe meglio seguire? “La legge sul federalismo fiscale definiva i criteri per una ripartizione delle risorse basata sui fabbisogni e costi standard e su un riassetto della finanza pubblica basato su principi di responsabilità, rigore e contenimento dei costi. Questi principi vanno tradotti in pratica attraverso un processo condiviso da Governo, Parlamento e sistema delle autonomie, che riallinei la riforma federale agli obiettivi di risanamento strutturale della finanza pubblica. Bisogna cogliere la crisi come opportunità per trovare un nuovo punto di equilibrio tra le ragioni dell’autonomia e quelle dello stato centrale, nell’interesse dei cittadini e dei territori”.

Ma il governo non deve far da solo… ‘E’ un’operazione che dobbiamo fare assieme, Stato centrale e autonomie, cominciando con il potenziare gli organi di concertazione già previsti e iniziando a ragionare seriamente sul superamento del bicameralismo perfetto per arrivare alla costituzione di un Senato delle Regioni, capace di garantire da un lato la rappresentanza alle autonomie regionali e locali, dall’altro lato una riduzione fisiologica del numero dei parlamentari eletti, il tutto snellendo l’attuale iter parlamentare, che è troppo lento’.

Scandali e costi della politica. Sembra che a livello di amministrazioni locali non si pensi ad altro che a rubare… siamo in presenza di un problema generale o si tratta solo di poche mele marce? ‘Chi fa di tutta l’erba un fascio sbaglia. Demonizzare la politica tout court significa arrendersi all’idea di un paese impossibile da governare, abbandonare a se stessi i tanti cittadini onesti che lavorano e amano questo paese, lasciare soli i tanti amministratori che ben guidano i loro territori. Sicuramente possono essere introdotte norme volte a ‘rinforzare’ i controlli a monte, ma non si pensi di ridurre il lavoro dell’amministratore a quello di ‘passacarte’”.

Secondo lei, dopo le Province e le Regioni, si cercherà di colpire anche i Comuni? ‘Non immagino cos’altro si possa chiedere ai comuni. In termini di sacrifici siamo stati tartassati e ancora oggi quando c’è qualcosa da tagliare lo si fa guardando ai comuni. Siamo in una fase molto delicata, molti sindaci non riusciranno a fare i bilanci, sono con l’acqua alla gola e lo sono da troppo tempo, non riescono a trovare soldi per la manutenzione delle strade, le scuole, garantire i servizi sociali. Spero piuttosto si rivolga l’attenzione alle sedi centrali e periferiche dello Stato, guardando cosa accade dentro ai ministeri piuttosto che tornare sempre e comunque sui Comuni. Non si possono chiedere sacrifici così importanti ai cittadini, fargli pagare le tasse più alte del mondo e continuare a tagliargli i servizi fondamentali senza però bilanciare questi sacrifici’.

BARBERA: RIFORMA OPPORTUNA, NON UCCIDE IL SOGNO FEDERALISTA – ‘Il paradosso è che questa riforma, che adesso vede contraria la Lega, sul Titolo V è simile a quella portata avanti da Calderoli nel 2006’. Già parlamentare, professore costituzionalista, il nome di Augusto Barbera è legato indissolubilmente all’analisi della ‘Carta’ che regola da 65 anni le noste istituzioni. Nel linguaggio comune degli studenti, il ‘Barbera’, e’ diventato sinonimo di manuale di diritto e il professore, in un’intervista alla Dire, fa il punto sulla nuova legge di riforma del Titolo V: quella del governo Monti.

Professore come vede questo disegno di legge costituzionale del governo? ‘E’ una riforma assai opportuna, nel 2001 si era esagerato! Questo disegno di legge, invece, riequilibra finalmente il Titolo V. Il problema e’ che assai difficilmente si realizzera’…’ Si riferisce al parere contrario della Lega? ‘Si’. Che poi questo sarebbe un bel paradosso…’

In che senso professore? ‘Il paradosso e’ che questa riforma, che adesso vede le critiche della Lega, sul Titolo V e’ simile a quella portata avanti da Calderoli nel 2006. Anche li’, in materie come energia infrastrutture e legislazione concorrente, si sanciva la supremazia del governo statale. All’epoca a criticarla era il centrosinistra, che asseriva che in quel modo si sarebbero sfasciate le autonomie. Ovviamente era una falsita’, cosi’ come sono sbagliate le critiche odierne. Del resto, quando due falsita’ su un concetto convergono, non puo’ che essere prova del fatto che invece quel concetto e’ giusto’.

Quindi non siamo di fronte alla fine del sogno federale? ‘Assolutamente no. Viene semplicemente riportato un equilibrio voluto dai padri costituenti e ribadito dalla Corte costituzionale negli anni. Certamente finisce il mito di un federalismo fatto male e in maniera frettolosa, per lasciar spazio ad un regionalismo serio, anche in vista del problema che coinvolgera’ il nostro continente nei prossimi anni: quello di dar risposta ad un’esigenza di federalismo europeo sempre piu’ politico’.

CECCANTI (PD): LA RIFORMA NON ‘CENTRALIZZA’ – ‘Il governo, con questo disegno di legge, non sta facendo altro che rispondere con coerenza a delle segnalazioni fatte dalla Corte costituzionale anni fa, con la riforma del titolo V’. Cosi’ Stefano Ceccanti, senatore Pd e relatore in commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, in un’intervista alla Dire, parla della proposta di legge con la quale il governo intende modificare la riforma del titolo V della costituzione.

Senatore Ceccanti, possiamo dire che per gli Enti locali l’autogestione e’ finita? ‘Ma guardi che il governo, con questo disegno di legge, non sta facendo altro che rispondere con coerenza a delle segnalazioni fatte dalla Corte costituzionale anni fa, con la riforma del titolo V’.

Certo, tra spending review e scandali provinciali e regionali, la voglia di centralismo statale sembra piu’ una cosa dettata dalla crisi che non dalla Corte… ‘Gli scandali regionali, in realta’, non c’entrano molto con questa riforma. Quelli sono dovuti a due tipologie di problemi. Il primo e’ il sistema delle preferenze su un vasto territorio, che porta con se tutti i problemi legati alle preferenze e li somma a campagne elettorali molto costose. Il secondo problema e’ l’eccesso di frammentazione che porta a delle giunte con gruppi formati anche da una sola persona’.

Molti amministratori locali, tra riordino delle province e riforma del Titolo V, dicono che si sta distruggendo il sogno di uno Stato federale e funzionale… ‘Non e’ vero che questa riforma e’ tutta pro centralizzazione: e’ rimasta l’idea della concorrenza di competenze in molte materie. Questa legge segue il sentiero indicato dalla Corte costituzionale che ha il compito di vigilare sulla struttura di uno Stato. Il principio che inserisce, cioe’ quello di supremazia del governo centrale su tutte le materie, esiste in ogni Paese federale’.

La nostra e’ una Costituzione rigida con formule di revisione complesse, secondo lei, con questo clima parlamentare, ha possibilita’ di essere approvata? ‘La vedo complicata. La Lega, nella sua visione federalista, sara’ contraria e questo rischia di far si’ che anche il Pdl non metta in campo la forza necessaria per farla approvare. A questo va aggiunto il fatto che i tempi di questa legislatura sono quasi scaduti’.

PASTORE (PDL): NON E’ STOP AL FEDERALISMO – “Non dico che siamo fuori tempo massimo ma quasi, ma noi certo non ci sottraiamo alla responsabilità di portare avanti il testo in commissione e mi auguro poi in aula. E’ difficile ma ci proveremo”. Così il senatore del Pdl e membro della commissione Affari costituzionali, Andrea Pastore, spiega all’agenzia Dire le criticità che riguardano l’iter di modifica della riforma del titolo V della Costituzione. Nel testo, aggiunge, “vi sono alcuni temi che sono stati sviscerati in questi ultimi anni, per questo direi che la materia è abbastanza sviluppata. Naturalmente vi sono alcune scelte del governo che sono assolutamente da condividere e altre che invece destano perplessità e vanno magari ritoccate”.
Pastore chiarisce: “Per quel che riguarda la forma, prendiamo come esempio la materia dell’intervento sello statuto della Regione siciliana che, anche se condivisibile nel merito è però di difficile praticabilità perché per la modifica degli statuti occorre una procedura particolare.
Riguardo alla sostanza, invece, pensiamo al principio di supremazia dello Stato nei confronti delle Regioni però diciamo che è un po’ troppo rigido rispetto almeno alle formule avanzate in seguito: noi dobbiamo migliorare i rapporti con le regioni, non possiamo demolirne le attribuzioni”.
Ma per il senatore “assolutamente non si può parlare di uno stop al processo di federalismo. Direi solo che c’è un chiarimento di situazioni che hanno provocato numerosi conflitti in questi anni e l’affermazione che di fronte ai valori costituzionali o alle esigenze di unità nazionale prevale naturalmente quest’ultima, come già espresso dall’art. 120 della Costituzione”. Ma Pastore non accetta l’idea che l’accelerazione sulle modifiche che interessano gli Enti locali sia dovuto “a quanto sta succedendo in queste ultime settimane negli enti locali. Stiamo intervenendo su un sistema costituzionale molto complesso e pensare che per i gettoni di presenza, piuttosto che per l’indennità di qualche consigliere manolesta, si faccia una riforma del genere è una cosa che mortifica la riforma e la politica in generale. Credo che sia fatta più per evitare che la conflittualità faccia degenerare ancora di più il sistema finanziario, che deve essere tenuto sotto controllo, a prescindere dalla condotta o dagli sprechi delle Regioni”. Nessun rischio anche per una maggiore centralizzazione dello Stato: “Non credo- conclude Pastore- certamente c’è un irrigidimento ma non un ritorno al passato”.