FOCUS/ Privatizzare il patrimonio pubblico. Strumenti per valorizzarlo

24 settembre 2012 | Pubblicato in: News

Nell’approfondimento tematico di Legautonomie e Agenzia Dire di questa settimana si parla di valorizzazione e dismissione del patrimonio pubblico
Accompagnare gli enti locali verso una corretta acquisizione dei beni patrimoniali e fornire strumenti operativi utili per valorizzarli al meglio e metterli a disposizione della collettività: questo l’obiettivo di Legautonomie, che all’argomento dedica il convegno di lunedì prossimo a Roma, nella sede della Provincia. Ma per Marco Filippeschi, sindaco di Pisa e presidente dell’associazione, non bisogna “perdere di vista il legame sistematico con il federalismo fiscale e gli elementi di dinamicità che ad esso dovrebbero essere connaturati, pur nel rispetto e nella garanzia per tutti i cittadini dell’uniformità dei livelli essenziali delle prestazioni civili e sociali”.
 

Una necessità che segue lo ‘stop’ degli ultimi anni al decreto legislativo 85 del 2010, secondo cui il patrimonio viene collocato e incardinato nell’ambito dei nuovi assetti della finanza pubblica e del sistema di finanziamento di Regioni ed enti locali, diventando esso stesso elemento costitutivo della dotazione di un territorio al pari delle altre risorse.

 

L’attuazione del decreto, spiega il direttore generale di Legautonomie, Loreto Del Cimmuto, sembra essersi ‘impantanata insieme al federalismo fiscale, messo in discussione dalla ricentralizzazione delle leve decisionali in materia di finanza pubblica, operata nella convinzione di poter così garantire al meglio gli obiettivi di risanamento e di pareggio di bilancio’.

 

Ma, obiettano i due rappresentanti di Legautonomie, se ‘la principale finalità della legge è quella di dare agli enti territoriali la possibilità di abbattere il loro debito mediante la vendita dei beni, bisogna percorrere lo stesso obiettivo anche sul piano generale dell’intero sistema Paese’.

 

Infatti, spiega Filippeschi, la questione ‘non è dismettere semplicemente asset patrimoniali, ma aggiungere a questa attività delle misure di semplificazione amministrativa e dei processi di valorizzazione che tengano conto delle risorse e del tessuto urbano, come può essere nel caso dei Programmi Unitari di valorizzazione Territoriale’.

 

55,6 MILIARDI DI EURO IL VALORE DEI BENI DI PROPRIETÀ DELLO STATO – Il tema al centro del convegno di Legautonomie è di stringente attualità. Basti pensare, e qui ricordiamo quanto detto da Stefano Scalera, direttore dell’Agenzia del Demanio inell’ultima audizione alla Camera: Le unità che lo stato affitta da terzi sono oltre 10mila e costituiscono una voce di spesa di 1,2 miliardi di euro. I cespiti di proprietà terzi ad uso governativo sono 10.696.Il valore dei beni di proprietà dello Stato ammonta invece a 55,6 miliardi di euro, oltre 20.000 unità. Di questi 34,7 miliardi sono relativi ai beni che fanno parte del patrimonio disponibile e indisponibile, 20,2 miliardi sono i beni appartenenti al demanio storico-artistico, mentre i restanti 0,7% dei beni sono ubicati all’estero.Per uso governativo vengono utilizzati beni immobili per un valore di 47 miliardi di euro.

 

LA LOGGIA: SUBITO DISCUSSIONE IN PARLAMENTO, TOCCA AL GOVERNO varare i suoi decreti attuativi. “Ribadisco la necessità che il Parlamento, quanto prima, discuta la mozione della Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale”. Così il presidente Enrico La Loggia, interpellato dalla Dire, spinge anche il Governo “a chiarire presto che cosa intende fare”. La discussione è in stallo: “Il governo- dice La Loggia- deve produrre tutta una serie di provvedimenti applicativi di sua competenza. Sono i decreti attuativi di tutte le disposizioni finora approvate dalla Commissione sul federalismo.

 

Ricordo che l’ultima discussione avvenne al momento dell’approvazione della legge delega nell’ottobre 2009. Da allora sono successe tante cose, si è insediata la commissione che ha approvato decreti e spero che entro la metà di ottobre si possa arrivare, con il governo, a chiarire che cosa bisogna fare fino alla scadenza della legislatura”.

 

CAUSI: BISOGNA SPINGERE ALL’INTESA TRA GOVERNO E COMUNI – ‘Lo stato dell’arte mi sembra fermo a zero. Purtroppo e’ ancora tutto bloccato’. Cosi’ Marco Causi, deputtao del Pd, vicepresidente della commissione parlamentare per l’attuazione del Federalismo fiscale, interpellato dalal Dire fa il punto sul processo che dovra’ mettere d’accordo governo e comuni, sulla vendita e riqualificazione del patrimonio pubblico: quello sulle dismissioni demaniali.

 

Onorevole Causi la crisi economica sta spingendo lo Stato a riprendere in mano il capitolo dismissioni demaniali, che dovrebbe spettare agli enti locali. Una giusta necessita’ o un’invasione nelle sfere di competenza dei comuni? ‘Beh, diciamo che la crisi economica ha cambiato molte priorita’, rispetto alla normale amministrazione del nostro Paese. Rimane un punto fondamentale, e cioe’ che il patrimonio che va dismesso, dev’essere valorizzato. Stiamo parlando di una politica che non si fara’ mai se governo e comuni non trovano un punto di sintesi e collaborano insieme’.

 

Gli enti locali hanno già faticato a digerire l’Imu, non c’è il rischio di una rottura totale nei rapporti con lo Stato? ‘Per i comuni in realta’ l’Imu e’ stato un bel passo avanti che gli ha garantito una buona entrata nelle casse. In questo non dovrebbero essere ipocriti. Quella di quest’anno poi, e’ stata una Imu sperimentale e in futuro potrebbe anche essere ridiscussa in favore dei comuni’.

 

Quando si parla di dismissioni, in Italia, riappare spesso lo spettro della svendita dei gioielli di famiglia. Secondo lei e’ un pericolo reale? ‘Alcune dismissioni, mi riferisco a quelle fatte negli anni duemila, sono state un insuccesso: fatte male e con prezzi bassi. Detto questo gli attuali strumenti messi in campo dal governo Monti, dovrebbero impedire gli errori del passato. Adesso, il concetto che e’ passato, e’ che si vende solo quando e’ gia’ certo il progetto di valorizzazione urbanistica. E proprio per questo e’ necessario ribadire l’esigenza di una forte collaborazione tra Stato e comuni, altrimenti le buone norme messe in campo da Monti rischiano di non raggiungere lo scopo per le quali sono state fissate’.

 

LANZILLOTTA: FINANZIARE INFRASTRUTTURE E SERVIZI COLLETTIVI – “Il federalismo così come e’ stato costruito da Bossi, Calderoli e Tremonti e’ da ripensare perché non ha retto alla crisi e soprattutto non ha prodotto i risultati promessi: efficienza e responsabilità” spiega alla Dire l’on. Linda Lanzillotta, deputata del gruppo Misto e segretario della commissione parlamentare sul federalismo fiscale. “Il nuovo sistema fiscale, come da anni almeno io vado ripetendo, si e’ sovrapposto ad una stratificazione di livelli di governo inefficiente e costosa che non e’ compatibile con l’esigenza di ridurre la spesa senza ridurre i servizi. Se non si riparte da li’ il federalismo non ha prospettive. Il Governo- sottolinea- ci sta provando con la riduzione delle Province ma e’ solo il primo passo. Anche la dismissione del patrimonio deve essere finalizzata a finanziare infrastrutture e beni di interesse collettivo non ad alimentare burocrazie e apparati pubblici inutili o, come le cronache dimostrano, clientele politiche”.

 

Da dove ripartire? “Il federalismo demaniale, se non si vuole solo dismettere ma anche valorizzare, richiede da una parte grande capacita’ di progettare le trasformazioni urbane e dall’altra, almeno in una prima fase, risorse per avviare questo processo. I comuni si stanno attrezzando ma non e’ facile. Per il resto quando si deve procedere all’alienazione di beni che non hanno interesse pubblico, l’obiettivo deve essere quello della riduzione del debito: si può’ anche lasciare il ricavato agli enti locali a patto che il ricavato abbia questa finalizzazione”.

 

Ma con la crisi che morde non si rischia di lasciar perdere questo tema? “La crisi e’ così grave che bisognerebbe finalmente superare la conflittualità tra livelli di governo e condividere una strategia comune: il Governo dovrebbe indicare un percorso pluriennale nel quale condividere sacrifici, azioni di risanamento, processi di razionalizzazione superando la logica degli interventi annuali. Una strategia da spiegare al Paese per ridisegnare il federalismo nella quale coinvolgere il sistema degli enti locali cui si deve chiedere di agire nell’interesse nazionale e non in una logica corporativa. Solo così, in una fase così difficile sarà possibile raddrizzare una finanza locale che sta deragliando e impostare su basi nuove e realistiche tra i diversi livelli di governo. In questo quadro anche le dismissioni possono essere gestite con una regia comune, tenendo conto degli andamenti di mercato, dei beni che devono rimanere all’uso pubblico e avvalendosi di strumenti professionali sofisticati che i comuni non hanno e che lo Stato può mettere loro a disposizione”.

 

ROSATI: NON SOLO PER ABBATTERE IL DEBITO, INVESTIAMO SUL TERRITORIO – Siamo ancora ai primi passi. La spending review ha dato un impulso forte agli enti locali, anche se personalmente credo sia importante anche un rafforzamento del ruolo della Cassa depositi e prestiti, sia in funzione di advisor di consulenza e valutazione, sia procedurale’. Federalismo demaniale, anno zero. Antonio Rosati, assessore al Bilancio della Provincia di Roma, fa il punto della situazione patrimoniale delle autonomie e sulla possibilità per queste di ‘fare cassa’ valorizzando al tempo stesso risorse a volte sottovalutate. Però, per fare questo, ‘bisognerebbe trovare delle procedure che facilitino gli enti locali’. E Rosati porta l’esempio della Provincia di Roma: “Abbiamo anticipato la possibilità di far nascere fondi immobiliari di proprietà al 100% di comuni e province, come successo per l’acquisto della nostra nuova sede. Ma spesso gli enti devono valutare che questi beni, al momento di cambiare proprietà, siano ‘pronti’ dal punto di vista urbanistico e catastale, per fare un esempio. E’ un’operazione molto delicata e di buon senso, che però va fatta”.

 

Per Rosati è necessario comunque fare ‘attenzione alla funzione di questo patrimonio: se dobbiamo in parte abbattere il debito va bene, ma io cercherei di tenerlo per fare investimenti sul territorio, perché fa da volano per l’economia in un momento di grandissima difficoltà per l’Italia’.

 

In parallelo ‘esiste’ il rischio di una ‘svendita’, ‘ma siamo in una fase storica del mercato immobiliare con i prezzi al ribasso, fatte ovviamente le dovute eccezioni: se facciamo affidamento su una risalita dei prezzi, rischiamo di aspettare chissà quanto tempo. E invece queste risorse servono qui e ora, ed è giusto andare avanti’.

 

Gli effetti della crisi, infatti, hanno portato lo Stato a poggiare sui territori per il risanamento dei conti e a una diminuzione dei trasferimenti di risorse attraverso il Patto di stabilità. Di conseguenza è praticamente fallito il modello di federalismo fiscale, seguito a ruota dallo stallo del federalismo demaniale. “Di fatto – conferma Rosati – siamo alla morte di quel processo. Io presenterò un’idea per il rilancio, un’idea per la rinascita.

 

C’è stato un blocco e anche la spending review ha messo in grandissima difficoltà un procedimento avviato, ma va detto che anche da parte degli enti locali non ci sono sempre state pratiche virtuose. Il federalismo a cui penso io prevede più Europa, l’unica nostra via maestra, e sviluppo locale su nuove basi considerato che la competizione nel nostro continente sarà sempre più centrata sui sistemi città”. I danni, infatti, sono su due fronti: “Prima di tutto la governance territoriale italiana rischia di perdere il passo con quelle francesi, tedesche o inglesi, poi viene minata la capacità delle autonomie di avviare processi di crescita e di mantenere la tenuta della coesione sociale”.

 

Riguardo al federalismo, Rosati spiega che “il riordino delle province è stato un bene, bisognerebbe pensare a qualcosa di analogo anche per le regioni perché 20 sono troppe, così come è giusto un accorpamento dei comuni. Ma pensare di cancellare tutto e governare solo con lo Stato centrale è un grande errore perché non dà fiato, energie, competenze che invece trovano terreno fertile nelle autonomie locali. Abbiamo l’esperienza dei nostri ‘vicini’ a cui guardare, perché – conclude Rosati – il rilancio riparte anche dal basso”.