FOCUS/ Privatizzazione e occupazione: due incognite per enti locali

23 luglio 2012 | Pubblicato in: News
Eugenio Comincini, presidente Legautonomie Lombardia e sindaco di Cernusco sul Naviglio: “Il Governo vuole demunicipalizzare”
L’art. 4 del d.l. n. 95 sulla spending review si intitola “Riduzione di spese, messa in liquidazione e privatizzazione di società pubbliche”. In pratica, si tratta della privatizzazione delle società partecipate e in house che forniscono servizi necessari al territorio. Questo il tema affrontato nell’approfondimento tematico di Legautonomie e Agenzia Dire di questa settimana.

Intervengono: Eugenio Comincini, Sindaco di Cernusco sul Naviglio e Presidente Legautonomie Lombardia; Stefano Pozzoli, Ordinario di ragioneria generale Università Parthenope Istituto di studi aziendali; Marcello Risi, Sindaco di Nardò, Ufficio di presidenza Legautonomie; Antonello Delle Noci, Assessore al bilancio con delega alle società partecipate e al controllo dei contratti di servizio.

Un problema nella continuità dell’offerta ai cittadini e un’incognita sul futuro di migliaia di lavoratori. Questi i due nodi da sciogliere dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri del dl 95 sulla spending review, che all’articolo 4 prevede l’obbligo per gli enti locali di dismettere o vendere le società partecipate e in house che gestiscono molti dei servizi necessari al territorio.

Il decreto prevede di fatto il divieto per le pubbliche amministrazioni di avere partecipazioni in società controllate, direttamente o indirettamente (con fatturato a favore superiore al 90%), mentre quelle a partecipazione totalitaria verranno sciolte entro il 31 dicembre 2013 (o, in caso di mancato scioglimento, non potranno ricevere affidamenti diretti di servizi). Inoltre, fino al 31 dicembre 2015 i limiti per le assunzioni previsti per le società controllanti si applicano anche alle società controllate inserite nel conto economico consolidato della Pubblica amministrazione. Inoltre, vengono applicate anche a queste società i limiti assunzionali previsti per l’Amministrazione controllante e il taglio del 50 per cento della spesa sostenuta per il personale a tempo determinato ovvero con contratti di collaborazione coordinata e continuativa nell’anno 2009, cioè il licenziamento dei precari anche di queste società.

Il provvedimento pone un interrogativo anche per quel che riguarda l’ingresso dei privati nella Pa: i sindacati hanno già lanciato un appello per impedire dimissioni, privatizzazioni e operazioni di business a tutto vantaggio di soggetti, come le banche, interessati solo ai profitti e non ai lavoratori e agli utenti’. Comuni, Province e Regioni si trovano così a fare i conti con uno stravolgimento dell’attuale sistema delle partecipazioni, oltretutto in controtendenza con quello che prevede una direttiva dell’Unione europea, con l’obiettivo proprio di rilanciare il ruolo delle società in house a partire dal 2013 per obbligare le Amministrazioni pubbliche ad affidare a queste societa’ il 90% dei loro servizi e di quelli delle loro partecipate e controllate.

COMINCINI: IL GOVERNO VUOLE DEMUNICIPALIZZARE – ‘Noi abbiamo gia compiuto una forte razionalizzazione delle società partecipate: ne avevamo quattro e le abbiamo ridotte a due. Per una di queste, che riguarda le farmacie comunali, stiamo procedendo alla vendita delle licenze e quindi ci ritroveremmo con una sola’. Questo il punto di Eugenio Comincini, sindaco di Cernusco sul Naviglio e presidente Legautonomie Lombardia, sulla situazione delle società partecipate nel suo comune. Un bilancio che parla di una ‘bella cura dimagrante’ già fatta ‘ma ora la legge ci impone di andare oltre e fare una ulteriore modifica delle scelte già elaborate in funzione delle norme precedenti. La cosa drammatica e assurda per un Paese che vuole definirsi normale è la continua modificazione di norme a cui siamo stati soggetti in questi anni per gli stessi settori’.

Comincini punta l’indice contro ‘l’instabilità delle norme’, che ‘non aiuta a fare programmazione né risparmio, perché con quello che ci è stato chiesto negli scorsi anni molti comuni come il nostro hanno dovuto rivolgersi a dei consulenti che potessero sostenere il percorso di valutazione per arrivare ai risultati prefissati di contenimento. Adesso – spiega – cambiano di nuovo le carte in tavola, e così si buttano anche i soldi e non sono sicuro che i cittadini ne guadagnino’.

Nel dettaglio il rischio di perdere servizi ‘non c’è, perché nel momento in cui non li offre più il comune e li mette a gara, saranno affidati a un altro soggetto, ma non sempre il privato è sinonimo di efficienza e di garanzia di un buon funzionamento. L’efficienza è tale sia che la gestisca il pubblico, sia che lo faccia il privato. Il problema è quello degli obiettivi, di indicatori che dovrebbero essere marcati in maniera più precisa, se vogliamo’. Il fatto è, secondo Comincini, che ‘il governo ha deciso di procedere a una demunicipalizzazione a prescindere e di offrire al settore privato anche dei gioielli, oltre alle schifezze che ci sono in giro. Comprendo come ciò sia generato dal fatto che in Italia si siano create nel tempo situazioni di sperpero e inefficienza, ma così non si fanno distinzioni e ancora una volta ci rimetteranno quei comuni che hanno lavorato in modo corretto, facendo attenzione al denaro pubblico e ai risultati e ai servizi per i cittadini’.

Il sindaco porta quindi l’esempio della società partecipata di Cernusco sul Naviglio, quella che si occupa di igiene ambientale e verde. ‘La nostra Tia è la più bassa della provincia di Milano e ancora una volta Legambiente ci ha definito come il comune più ‘riciclone’: segno evidente che l’azione della nostra partecipata è positiva. Ma saremo comunque costretti, nel momento in cui l’autorità garante della concorrenza e del mercato ci dirà che il servizio di igiene ambientale è di tipo pubblico locale, a cercarci un socio privato che affianchi la nostra partecipata e che entri nel capitale e nella gestione’.

Per Comincini sarebbe stato ‘più equo e corretto’ concentrare l’attenzione sulle società ‘sprecone’ che costituiscono una zavorra per le Amministrazioni pubbliche. ‘Sarebbe bastato mettere dei benchmark, dei paletti precisi. Dobbiamo cominciare a pensare che questi strumenti sarebbero utili per l’intera organizzazione dello Stato. Finché rincorriamo le chimere dell’efficienza- conclude- vuol dire autodenunciare che non saremo mai in grado di produrla e che dobbiamo per forza rivolgerci al mercato: io questa cosa, da amministratore pubblico, non la accetto, non la tollero, non la digerisco’.

POZZOLI: RISCHIO EFFETTI DURISSIMI PER DIPENDENTI SOCIETA’ – ‘L’articolo 4 del decreto sulla spending review non interviene sulle società di servizi pubblici locali ma su quelle che forniscono servizi alle pubbliche amministrazioni, le cosiddette ‘società strumentali’. Effetti diretti e rilevanti sui cittadini non dovrebbero quindi esserci, ammesso che venga gestito correttamente il passaggio dell’affidamento del servizio’. Lo dice all’agenzia di stampa Dire il professore ordinario di economia aziendale all’università Parthenope di Napoli, Stefano Pozzoli, che invece parla del rischio di ‘effetti durissimi’ per i dipendenti di queste società, perché ‘il decreto, nonostante si profili un maxiemendamento, prevede che le stesse devono essere cedute o, entro il 31 dicembre 2013, messe in liquidazione. In questo caso i dipendenti rischiano di essere licenziati senza alcuna tutela. Il Sole 24 Ore ha ipotizzato che gli addetti di questo tipo di società siano almeno 20 mila ma si ha ragione di ritenere che possano essere circa il doppio’.

A questo punto per le società di servizi si apre la possibilità della privatizzazione: un beneficio o un problema? ‘Che il privato funzioni meglio è un assunto tutto ideologico- spiega Pozzoli- Se parliamo di servizi pubblici locali a mio giudizio il problema è un altro: il Governo si è domandato qual è il mondo dei servizi pubblici locali che vuole avere tra 10 anni? L’impressione, in sostanza, è che queste norme manchino di una visione di insieme e che dietro tutto questo parlare di libero mercato ci sia solo un seguire le mode del momento e nessun disegno strategico serio. Il rischio è di perdere una occasione di riassetto di alcuni settori molto rilevanti per la qualità della vita e la competitività del Paese’.

Parlando di aziende strumentali, invece, pensa che questa ondata di privatizzazione avrà successo? ‘Delle aziende strumentali, almeno della maggior parte, oggettivamente si potrebbe anche fare a meno: o il servizio lo espleta l’ente o si può benissimo acquistare sul libero mercato. Il problema è la possibilità pratica di realizzare questa privatizzazione. Gli enti locali non possono, per i vincoli di finanza pubblica e di patto di stabilità, riassumere i dipendenti che operano in queste società e questo può significare licenziamenti e tensioni politicamente insostenibili. Sinceramente credo che questa norma non avrà efficacia se non si cercherà di agevolare la messa in liquidazione di queste società consentendo agli enti di assumere almeno parte dei dipendenti e rimuovendo gli altri vincoli di finanza pubblica che ostacolano in concreto, questo genere di operazioni’. In conclusione, per Pozzoli ‘servirebbe una iniezione di pragmatismo che nel dettato di legge manca. E se non si interviene in questo senso il rischio è di trovarci di fronte all’ennesima norma destinata a restare lettera morta’.

RISI: L’ERRORE E’ UN INTERVENTO SENZA DISTINZIONI – ‘Sicuramente ci saranno delle ripercussioni sui servizi, ma dobbiamo distinguere tra società che hanno un funzionamento corretto e che hanno i bilanci a posto, e società che invece producono un continuo indebitamento’. Lo dice il sindaco di Nardò, Marcello Risi, spiegando che ‘si tratta di capire il numero e le modalità’ dell’intervento sulle società partecipate. ‘E’ giusto – continua – che si prendano dei provvedimenti nei confronti delle società con i conti non in ordine, ma non si comprende la scelta del governo di colpire anche le realtà con gestioni snelle, che producono utili ed efficienza’.

Per il sindaco di Nardò si corre il rischio di ‘scardinare apparati che funzionano senza la garanzia di sostituirli con le stesse gestioni virtuose. E’ grave che non si faccia riferimento ai bilanci, vanificando gli sforzi di chi si è sempre comportato bene’. La soluzione più giusta non sarebbe stata difficile da applicare: ‘Si potevano introdurre dei parametri da rispettare, invece di fare di tutta un’erba un fascio. L’errore di fondo è l’intervento senza distinzioni’.

Un intervento che, secondo Risi, si ripercuoterà anche a livelli occupazionali: ‘Sono convinto che in caso di dismissioni o cessioni una parte dei lavoratori delle società non sarebbe riassorbita, però va anche detto che alcune società hanno un numero di dipendenti superiore a quello che si possono permettere’. Infine, per quel che riguarda l’ipotesi di un forte ingresso dei privati negli ‘affari’ pubblici, Risi precisa che ‘bisogna distinguere tra i vari servizi. Ma in linea generale il binomio giusto è costituito da un’organizzazione tipica della struttura privata, legata a un forte controllo pubblico. Questa è l’impostazione da preservare- conclude- perché le realtà privatistiche sono per loro natura sono tese ad avere degli utili e dei risparmi di spesa e una ottimizzazione dei profitti ma hanno il rischio di avere delle carenze sul piano dei controlli, settore dove può intervenire il pubblico’.

DELLE NOCI: ATTENZIONE A NON FAVORIRE I SOGGETTI PRIVATI – Per il comune di Pesaro nessun rischio di vedere diminuire i servizi ai cittadini. Lo assicura Antonello Delle Noci, assessore al Bilancio con delega alle società partecipate e al controllo dei contratti di servizio, che precisa: ‘Non siamo nelle condizioni di dismettere società perché anche se abbiamo una partecipazione in diverse realtà, nessuna di queste è strumentale. Il nostro comune dal 2002 ha intrapreso una riorganizzazione per cui abbiamo anche presentato il bilancio consolidato con risultati estremamente positivi, quindi non rischiamo di dover chiudere delle società e tantomeno dei servizi essenziali per i cittadini. A ciò si aggiunge che nessuno dei nostri dipendenti direttamente e non legati al comune avrà problemi’.

Potrebbe essere un problema, invece, ‘la privatizzazione delle società di servizi. Il privato non funziona sempre meglio- spiega Delle Noci- una società può operare bene anche se è pubblica, l’importante è che ci sia il rispetto delle tre regole fondamentali, ovvero dei controlli, della direzione e delle tariffe in base al servizio offerto. Va detto però che il privato è sicuramente importante come partner del servizio pubblico: anche noi a Pesaro siamo di fronte alla privatizzazione di una società in house, e stiamo già lavorando da diversi mesi per mettere a gara i servizi cimiteriali e degli impianti sportivi con due società di scopo. In questo modo la società viene comunque rafforzata perché all’interno ha già le farmacie, le reti e il servizio tributi: la volontà del Consiglio comunale è infatti quella di affidare alla nostra società in house anche altri servizi. Da questo punto di vista la spending review non intacca la costruzione degli organismi partecipati del nostro comune, perché era già stata organizzata in tal senso’.

Il giudizio sulle direttive della spending review com’è quindi? ‘A livello generale credo che vada tendenzialmente nella direzione giusta, perché da una parte si vuole imporre agli enti locali la privatizzazione di alcuni servizi ma dall’altra si dà anche la possibilità di riprenderne alcuni. Di fatto la volontà del legislatore di non procedere con le società strumentali indubbiamente preclude una scelta politica se tenere i servizi in gestione diretta o con il sostegno di un privato’.

Ma non mancano i punti oscuri. ‘E’ evidente che però il legislatore in questo ha fatto alcune inesattezze, perché mancano dei passaggi che riguardano l’occupazione e il futuro dei lavoratori: è un primo aspetto sicuramente da risolvere. Il secondo riguarda i comuni più piccoli, quelli con il limite per le partecipazioni, per cui si deve poter mantenere la possibilità alla parte pubblica di avere una maggioranza, che credo sia nella volontà di questa cultura che abbiamo in Italia, dimostrata anche in occasione del referendum sulla difesa del bene comune. Altrimenti – conclude Delle Noci – il rischio sarebbe quello di facilitare il ruolo del soggetto privato’.