Legautonomie: Gli asili nido in tempo di crisi, Italia a due velocità

14 giugno 2012 | Pubblicato in: News
Il presidente nazionale di Legautonomie, Marco Filippeschi: “Ridefinire meccanismi di finanziamento a regioni e comuni in materia sociale”
Il settimanale di approfondimento tematico a cura di Legautonomie e Agenzia Dire si occupa questa settimana di asili nido, in vista del convegno a Firenze di domani, venerdì 8 giugno, organizzato da Legautonomie assieme all’Istituto degli Innocenti.
Gli interventi di: Marco Filippeschi, presidente nazionale di Legautonomie e sindaco di Pisa; Maria Cecilia Guerra, sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali; Alessandra Maggi, presidente dell’Istituto degli Innocenti; Lorena Rambaudi, assessore alle Politiche sociali della Regione Liguria e coordinatrice della Commisisone politiche sociali della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome.
FOCUS/ Legautonomie: Gli asili nido in tempo di crisi, Italia a due velocità

DIVARIO NORD-SUD E MANCANZA DI RISORSE

Italia a due velocità sul tema degli asili nido. Nel nostro Paese, infatti, resiste il divario tra le regioni del Nord e quelle del Sud sulla presenza di materne e strutture per la prima infanzia: si assiste in questo modo a regioni settentrionali con alti livelli di assistenza e presenza capillare sul territorio, mentre al Sud il servizio scarseggia e spesso si forzano le famiglie a compiere scelte dolorose. Indubbiamente la crisi finanziaria nazionale gioca un ruolo importante per lo sviluppo del settore, così come la contrazione del mercato del lavoro colpisce in modo particolare le donne, la loro professionalità e la loro organizzazione della vita familiare.

L’Italia, dal punto di vista dell’assistenza formativa ai più piccoli, è in grave ritardo rispetto agli obiettivi stabiliti dalla Strategia di Lisbona in cui, oltre a essere fissati target per l’occupazione femminile, si chiede agli Stati membri di raggiungere una percentuale del 33% di presenza di bambini dagli zero ai tre anni in asili nido. Da noi la copertura media del servizio è di circa il 12,7%, percentuale che si abbassa addirittura all’1% in alcune zone del Meridione. Basti pensare al 60% della Danimarca, al 40% dell’Irlanda e al 29% della Francia per avere un quadro problematico della situazione italiana.

Insomma, va trovato al più presto un percorso per consentire la crescita dei servizi socio-educativi sia sul piano qualitativo che quantitativo. E soprattutto va trovata una soluzione in comune con il sistema degli enti locali, costretti a ripensare la loro azione a causa della mancanza di risorse e dei vincoli del patto di stabilità. L’occasione per discutere esigenze, tappe e obiettivi finali arriva dal convegno nazionale in programma domani a Firenze promosso da Istituto degli Innocenti e Legautonomie, dal titolo ‘Asili nido: servizi educativi per la prima infanzia e welfare locale’.

GUERRA: COLMARE IL GAP TRA NORD E SUD, CONCESSI FONDI PER IL MERIDIONE

‘Credo che le difficoltà siano due: la prima riguarda la questione economica e la fortissima differenza nella presenza di questo servizio nei vari territori, il diverso tasso di copertura, le divergenze sia regionali che comunali con casi in cui è quasi assente. L’altra riguarda la definizione del servizio: rientra nell’ambito di assistenza e cura e quindi non gode delle stesse tutele di attivazione e presenza che garantiscono l’offerta educativa’. Risponde così all’agenzia Dire il sottosegretario del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, Maria Cecilia Guerra.

I comuni, spiega, ‘stanno facendo cose importanti sugli asili nido, un settore in continua evoluzione. Uno dei modi in cui le amministrazioni locali hanno dovuto rispondere, e non sempre è stata una scelta, alla restrizione finanziaria, è stato quello di esternalizzare il servizio. Questo non ha comportato necessariamente scadimenti di qualità ma è un confine stretto, perché l’affidamento esterno è stato spesso sostenuto da maggiore flessibilità nella mano d’opera ma anche da un minor costo. C’è però il rischio che proprio il costo venga scaricato sui lavoratori con contratti di lavoro diversi da quelli del settore pubblico, per cui spesso assistiamo ad assunzioni a breve termine e a retribuzioni diverse’.

Le ‘ricette’ del sottosegretario Guerra sono molteplici: ‘Sicuramente un mix tra pubblico e privato è uno strumento che i comuni possono usare anche in termini virtuosi con maggiore flessibilità nell’offerta non solo educativa, ma anche di assistenza alle famiglie e in particolare a quelle donne che devono conciliare i propri impegni di lavoro con la cura dei bambini. Le altre cose su cui i comuni possono lavorare insieme con le regioni, in una situazione di ristrettezza economica, è quella di definire gli standard qualitativi senza comprometterli ma capendo quali sono da mantenere e quali no con un’attenzione particolare alle casse. Certo, l’equilibrio è difficile da trovare perché parliamo di un servizio molto delicato’.

Guerra elenca poi le ultime misure prese dal Governo Monti. ‘E’ chiaro che se non ci sono nuove risorse è difficile andare avanti, ma è fondamentale quello che è stato fatto con il piano Azione e Coesione, ovvero rifinalizzare i fondi europei destinando 400 milioni di euro proprio per i servizi all’infanzia. Sono soldi- spiega- che andranno a quelle regioni rimaste più indietro nella realizzazione dei servizi. Tengo molto a sottolinearlo perché è un investimento importante non solo per il Sud ma per tutta la nazione, perché permette di colmare il gap per poi andare avanti insieme. E’ stato fatto un intervento molto accurato nel permettere di assicurare i fondi anche per l’avviamento quindi per la gestione. Solo se riusciamo a superare il gap territoriale abbiamo la possibilità di intervenire con strumenti ordinari e poi agire a livello nazionale. Del resto, non si può mica tagliare ai migliori per parificare il livello di base…’.

I fondi, precisa il sottosegretario, ‘sono quelli europei e se non fossero stati riprogrammati, sarebbero andati persi. Non sono risorse riversate a pioggia ma finalizzate e che verranno monitorate: ogni regione che riceve questi soldi deve conseguire degli obiettivi precisi, ovvero di diffusione del servizio e di rinforzo sul tasso di copertura. La conseguenza è che non ci sono pericoli di spreco delle risorse’. Purtroppo per il futuro non sembrano esserci buone notizie. ‘Non ci sono interventi già programmati per i prossimi mesi. Quello su cui stiamo ragionando è capire quali sono le priorità nell’ambito delle politiche per i minori in generale dovendo fare i conti con un vincolo di risorse micidiale. La nostra attenzione però è sempre alta e l’obiettivo è quello di arrivare a tassi di copertura del servizio sempre più alti’.

RAMBAUDI: SERVIZIO ASILI NIDO SEMPRE PIÙ EDUCATIVO E FORMATIVO

Da anni la Liguria assicura alti livelli di assistenza alle famiglie con un’offerta molto alta in termini di qualità. Ma la mancanza di risorse è un problema che colpisce in modo trasversale, e anche le realtà virtuose si trovano a fare i conti e a cercare un compromesso tra costi e qualità. ‘Prima di tutto- spiega alla Dire l’assessore alle Politiche sociali della Liguria, Lorena Rambaudi- c’è un problema di prospettiva e di scelta politica su dove vogliamo collocare i nidi: se pensarli nella filiera educativa 0-6 o se pensarli ancora come servizi nell’ambito delle politiche sociali. Io devo dire che i nidi hanno finalmente i titoli per essere uno strumento formativo perché sono sicuramente un servizio alla donna e alla famiglia ma sono anche uno straordinario percorso per i bambini in età precoce che dà risultati sul piano pedagogico e dell’apprendimento molto importanti, e quindi deve essere valorizzata l’offerta’.

A questo ‘si aggiunge l’elemento che riguarda il costo di questi servizi, perché sono di qualità e richiedono standard, personale adeguato. Dobbiamo però fare uno sforzo in questo momento difficile e riuscire a coniugare la qualità con la flessibilità organizzativa e a una visione più moderna’. Cosa possono fare gli enti locali? ‘E’ una preoccupazione per i comuni riuscire a mantenere questi servizi. La politica dei costi non riguarda tutte le amministrazioni: bisogna fare un ragionamento sul tema della compartecipazione alla spesa in base alla situazione economica delle famiglie. E’ più utile garantire servizi pubblici a gestione pubblica ma anche accreditato col privato’.

Certo, però, alcune regioni partono con un buon bagaglio. ‘Ci sono molte differenze tra regioni e regioni. Alcune, come la mia, si avvicinano allo standard europeo con la copertura del 32% dei bambini in fascia d’eta, altre invece hanno dei tassi decisamente inferiori. Da parte nostra va detto che prevale l’insistenza con cui diciamo al governo che ci devono essere dei livelli essenziali nel sociale che devono essere garantiti a tutti in Italia: non si può essere più o meno fortunati a seconda di dove si nasce. Il pubblico deve avere un ruolo forte, anche se non sempre la gestione diretta pubblica aiuta il contenimento dei costi perché ci sono delle rigidità organizzative. Non voglio però demonizzare il privato, ma ci deve essere una gestione diretta o indiretta del pubblico con stessi standard e parametri di qualità’.

Ma nulla vieta di affidarsi a forme alternative che possano assicurare il servizio alle famiglie. ‘Infatti- conferma Rambaudi- il mio predecessore aveva dato l’avvio a numerosi nuovi posti per la prima infanzia tra cui micro-nidi e asili domiciliari che sono riconosciuti dal sistema regionale come costi e che hanno permesso soprattutto a piccoli comuni come quelli dell’entroterra di dotarsi di una risposta alle esigenze educative anche in mancanza di risorse o di un numero sufficiente di utenti. Il mix di offerta- conclude- è sempre una soluzione vincente, non solo per quanto riguarda i nidi. I bisogni dei territori e delle persone sono difficili da far rientrare in caselle prestabilite’.

L’APPELLO DI MAGGI: MANCANO LE RISORSE, ENTI LOCALI SI IMPEGNINO A NON TAGLIARE ANCORA

Aiutare i bambini a crescere bene nei loro primi anni di vita è ‘come coltivare piante che potranno dare buoni frutti nell’arco dell’intera esistenza’. Da circa seicento anni l’Istituto degli Innocenti di Firenze si occupa di famiglia e bambini, lavorando ogni giorno per la difesa dei loro diritti ma anche per la diffusione di una consapevolezza che metta i servizi all’infanzia al centro delle politiche sociali. La ricerca costante del miglioramento, spiegano dall’Istituto, è alla base della loro azione per la qualità dell’accoglienza, la competenza degli operatori, la messa a punto dei percorsi educativi più idonei.

Per questo la presidente Alessandra Maggi centra subito il primo punto critico. ‘Sicuramente il problema principale oggi è la mancanza di risorse da parte degli enti locali e la crisi economica che sta colpendo le famiglie, con la conseguenza che molte di loro compiono la scelta dolorosa di non mandare i bimbi all’asilo. Poi c’è una presenza non omogenea dei servizi in tutto il Paese: nel Centronord sappiamo che la situazione è migliore, con percentuali ai livelli del 33% che sono quelli richiesti dalla strategia di Lisbona, mentre nel Sud le percentuali sono bassissime’.

Secondo Maggi ‘i comuni dovrebbero avere maggiori trasferimenti dallo Stato per i servizi educativi e sociali perché gli asili sono ancora a domanda individuale. Alcune nostre amministrazioni locali stanno facendo scelte importanti in questo senso privilegiando le politiche per l’infanzia. In molte delle nostre città c’è un rapporto tra le amministrazioni e le strutture private e le cooperative sociali. Ma anche in queste situazioni il problema è la mancanza di risorse per coprire almeno una parte del servizio. Il governo sta facendo un’operazione di ridistribuzione in quattro regioni del Sud di fondi europei ma il problema è presente anche nelle regioni virtuose, che non devono abbassare la qualità e la quantità delle soluzioni offerte’.

A proposito del divario tra Nord e Sud, Maggi spiega che nel Meridione ‘non è solo una questione di soldi che mancano, è anche un fatto di scelte: molte regioni hanno usato la propria autonomia per spendere diversamente i fondi ricevuti negli anni scorsi’. Infine, la presidente dell’Istituto degli Innocenti lancia un appello: ‘A nome dell’ente che rappresento non posso che rivolgere un appello alle autonomie locali affinché facciano tutto il possibile per non tagliare, e anzi incentivare, le risorse destinate all’infanzia. E di continuare il confronto con lo Stato per mettere in evidenza le esigenze, anche di flessibilità: va fatto uno sforzo, magari economizzando in altri settori. E’ un diritto dei bambini avere la possibilità di poter frequentare un asili nido: il percorso formativo- conclude- non inizia solo con la scuola dell’obbligo, inizia dalle prime fasi di vita’.

FILIPPESCHI: RIDEFINIRE MECCANISMI DI FINANZIAMENTO A REGIONI E COMUNI IN MATERIA SOCIALE

‘Nonostante l’impegno dei comuni per potenziare la rete degli asili nido comunali sia aumentato negli ultimi vent’anni, le cifre medie in Italia ci dicono comunque che siamo ancora ben lontani dall’obiettivo minimo del 33% entro il 2012, indicato a suo tempo dal Consiglio della comunità europea’. Così il presidente di Legautonomie, Marco Filippeschi, che aggiunge: ‘Lo sforzo sostenuto in questi anni per lo sviluppo di questi presidi fondamentali della rete del welfare locale è stato sostenuto con crescente fatica e sofferenza per i bilanci dei comuni penalizzati in misura sempre più pesante dai tagli, fino all’azzeramento dei Fondi per le politiche sociali, dai vincoli del Patto di stabilità interno, con il pericolo di un deterioramento della qualità dei servizi e oneri crescenti per le famiglie causa l’aumento quasi generalizzato delle rette’.

Il problema, sottolinea il presidente di Legautonomie, è che ‘ormai i bilanci di molti comuni sono arrivati al livello di guardia: si aggravano le difficoltà per sostenere gli ordinari costi di gestione degli asili nido senza ulteriori aggravi per le famiglie; mentre, si allungano sempre di più i tempi per i pagamenti alle imprese del terzo settore che gestiscono i servizi in regime di appalto, convenzione. Oggi si parla di ‘spending review’. Deve essere chiaro che il meccanismo dei costi e dei fabbisogni standard deve rappresentare per regioni ed enti locali il loro concorso alla ‘spending review’, estendendone principi e strumenti attuativi anche all’apparato centrale statale’.

Se non si pone rimedio ‘incombe, soprattutto in alcune realtà territoriali, il rischio di una arretramento qualitativo e il ritorno a pratiche di carattere meramente assistenziali. Per evitare questi rischi- spiega Filippeschi- la strada non può essere che quella della definizione dei Leps (Livelli essenziali delle prestazioni sociali), secondo il dettato costituzionale (art. 117 comma 2) e secondo quanto prevede la stessa L. 42/90, istitutiva del federalismo fiscale. Un percorso graduale ma certo, di cui vanno definite le tappe, la strumentazione normativa e i supporti finanziari, la ripartizione delle responsabilità fra i diversi livelli istituzionali, a partire dallo Stato’.

Sul tema delle risorse Filippeschi è convinto che ‘i meccanismi di finanziamento a regioni e comuni in materia sociale vanno comunque ridefiniti, nell’ottica del federalismo, attraverso un effettivo decentramento ai comuni e alle regioni delle risorse. Oggi, infatti, ben oltre l’85% della spesa complessiva viene ancora erogata dal centro, con una netta prevalenza delle erogazioni monetarie (intorno al 90%), senza nessun rapporto con la domanda sociale, così come concretamente si esprime nella molteplicità delle diverse situazioni locali. Qualunque sia l’ipotesi che si concretizzerà- conclude- la nostra associazione non è chiusa a discutere su interventi di revisione normativa sia in ambito fiscale che assistenziale, purché mirati a rafforzare i criteri di equità nell’allocazione delle limitate risorse disponibili’.