Imu e finanza comunale. “La domanda è: si può fare diversamente?”

7 maggio 2012 | Pubblicato in: News
Nata come uno dei capisaldi del nuovo assetto della finanza pubblica locale, dettati dalla legge delega sul federalismo fiscale, l’IMU si è rivelata, nelle concrete modalità attuative disciplinate dal Governo Monti, un’ imposta centrale con la quale i Comuni sono costretti a fare i conti in tempi strettissimi, con stime di gettito aleatorie e senza effettivi benefici per i loro bilanci, già aggrediti dalle precedenti manovre varate dal Governo Berlusconi.

 

Essa inoltre è lontanissima dal rispetto dei principi e dei criteri direttivi generali dettati dal decreto sul federalismo municipale, in particolare quelli della trasparenza del prelievo, della responsabilizzazione dei livelli di governo locale,della semplificazione e della riduzione degli adempimenti a carico dei contribuenti. La disciplina dell’IMU contrasta anche con le norme stabilite nello Statuto del contribuente, minando ancora di più la compliance fiscale, il patto di lealtà che lega i cittadini allo Stato.

Ho già avuto modi di evidenziare in altre occasioni come la vicenda dell’IMU sia infatti alquanto grottesca non solo per i Comuni ma anche per i cittadini, i quali dovranno fare i conti con meccanismi così farraginosi e complicati che il Governo ha già anticipato l’intenzione di non emettere sanzioni a carico dei contribuenti che commetteranno errori nel calcolo dell’imposta. Le richieste di modifica avanzate dal sistema delle autonomie: dalle scadenze alle esenzioni, dalle dichiarazioni alle aliquote, dalle agevolazioni ai termini di approvazione dei regolamenti sono state ignorate.Il livello di confusione è tale che i comuni, chiamati ad approvare i loro bilanci preventivi per il 2012, rischiano di elaborare stime di gettito destinate a essere modificate da una successiva revisione delle aliquote. Tutto questo mentre l’esercizio 2012 è in corso e il livello delle entrate è fortemente condizionato da una crisi di liquidità sempre più marcata e da una gestione dei flussi finanziari aggredita nelle sue fondamenta dal ripristino della tesoreria unica, sostanzialmente da un esproprio forzoso di risorse che rappresentavano un importante polmone finanziario per sostenere le politiche locali.

L’imposta è nel concreto una patrimoniale statale occulta, dove però a metterci la faccia sono i Sindaci; ed è sempre meno un’imposta municipale, con evidenti invasioni di campo del governo che fissa la compartecipazione di propria competenza, riduce l’autonomia regolamentare degli enti locali, stabilisce come pagare, fissa aliquote base e predispone stime di gettito prive di riscontri effettivi. Ciò genera difficoltà di governo delle entrate negli oltre 8.000 comuni italiani, i quali sono costretti ad elevare al massimo le aliquote delle addizionali e le tariffe dei servizi.

L’autonomia finanziaria è ritornata infatti nella disponibilità dei comuni, che hanno riconquistato ampi margini di manovrabilità della leva fiscale. L’addizionale Irpef può essere istituita o elevata sino allo 0,8 per cento. Il problema è che ogni intervento di natura fiscale va ad incidere su basi imponibili già ampiamente erose dalle misure dettate dal centro, ampliando evidentemente gli effetti recessivi sul tessuto economico locale e le ricadute indirette sui livelli di protezione e coesione sociale.
Su un gettito complessivo dell’imposta stimato in poco più di 21 miliardi di euro, circa 12 andranno allo Stato, sia sotto forma di tagli ai trasferimenti che sotto forma di interventi sul fondo di riequilibrio. Mentre i Comuni, che dovrebbero ricevere circa 3,2 miliardi dal gettito sulla prima casa finiranno per perderne 2,5 a causa dei tagli operati con le ultime manovre.In questo contesto è sempre più difficile per i Comuni garantire accettabili livelli di servizio ai cittadini.Le misure del governo inoltre prevedono una riforma della tassa di scopo, già presente nell’ordinamento, per finanziare le opere pubbliche. Si tratta di uno strumento di trasparenza a suo tempo richiesto dalle autonomie, perché rende evidente la destinazione del prelievo fiscale, ma che oggi, nella sua concreta attuazione, rischia di provocare un ulteriore impatto recessivo che va a gravare sullo stesso cespite interessato dall’ Imu.
Fin qui le critiche. La domanda è: si può fare diversamente? Innanzitutto si potrebbe cominciare con il chiamare le cose col proprio nome e, se di patrimoniale statale occulta si tratta, allora è bene che i cittadini lo sappiano. Inoltre l’introduzione di una patrimoniale vera, che incida sui redditi più alti e attentamente modulata avrebbe consentito un intervento sulla prima casa più equilibrato e meno devastante per i bilanci familiari. Non si deve dimenticare infatti che se siamo a questo punto è anche per responsabilità del precedente governo, che in maniera del tutto improvvida e demagogica ha abolito l’ICI sulla prima casa.

Ora, per gli enti locali, si tratta di mettere a punto una piattaforma programmatica da portare al confronto con il governo, dove si individuino obiettivi condivisi che facciano soprattutto ripartire l’economia locale – sbloccando i pagamenti alle imprese _ e ridiano fiato e sostegno agli investimenti pubblici sul territorio, per i quali passa circa il 70 % della spesa complessiva. Gli strumenti ci sono, vedremo gli effetti della spending review sulla spesa centrale, e gli interventi annunciati sul patrimonio pubblico. Anche la strada della tassazione delle transazioni finanziarie può essere praticata se serve a liberare risorse in senso anti recessivo.
Abbiamo perfetta coscienza degli obiettivi di finanza pubblica e della situazione di crisi finanziaria in cui versa il paese, con i rischi ancora non scongiurati di aggressione da parte dei mercati finanziari. Ma siamo altrettanto consapevoli e convinti che occorra evitare un pericoloso avvitamento in una spirale di tagli e recessione. Se il federalismo fiscale non è stato uno scherzo, se siamo tutti costretti a rivedere le nostre consolidate convinzioni e abitudini e a fare i conti con le proprie responsabilità di fronte al paese, allora bisogna avere più fiducia anche nei Comuni, nel loro ruolo e nell’enorme potenzialità che esprimono nel garantire consenso e coesione sociale.