Gestioni associate, l’allarme dei piccoli Comuni: “È caos”

10 aprile 2012 | Pubblicato in: News
Il direttore di Legautonomie Del Cimmuto: “Urgente una riforma organica”
Il settimanale di approfondimento tematico a cura di Legautonomie e Agenzia Dire si occupa questa settimana del tema delle gestioni associate dei piccoli comuni.
 

La nuova normativa di questi ultimi mesi introduce per i piccoli comuni il concetto di obbligatorietà delle gestioni associate. Una rivoluzione: si passerà da un sistema sostanzialmente imperniato sulla volontarietà e su un meccanismo incentivante a un meccanismo, appunto, obbligatorio.

Ora i Comuni più piccoli sono stati chiamati a misurarsi con processi di riprogettazione organizzativa, che comportano un notevole sforzo e la mobilitazione di competenze sia di livello amministrativo che organizzativo e manageriale. Anche se il tema è unanimemente considerato particolarmente complesso e ricco di implicazioni sul piano istituzionale e organizzativo e di grande rilievo per l’evoluzione della pubblica amministrazione locale, non sono state previste azioni di accompagnamento per i Comuni, che proprio per la limitata dimensione si trovano a corto di risorse umane ed economiche necessarie all’avvio del precorso.

Di tutto questo si parlerà durante un’iniziativa organizzata dalla provincia di Pisa e dalla società Reform srl. Il workshop ‘Le Gestioni associate: definizione normativa, sequenza attuativa e prospettive future’ si svolgerà a Pisa il prossimo 16 aprile. L’appuntamento si propone di approfondire la riflessione con i responsabili politici e amministrativi dello Stato, della regione Toscana e dei Comuni coinvolti sulle prospettive del processo di gestione associata, alla luce dei vincoli e delle opportunità che la normativa da una parte e il contesto socio economico dall’altra propongono. La giornata si concluderà con un dibattito con i sindaci, in cui sarà anche data risposta ai quesiti presentati dai partecipanti.

DEL CIMMUTO: URGENTE UNA RIFORMA ORGANICA – ‘Il ritardo dell’approvazione della Carta delle autonomie sta creando pasticci e confusione: è invece urgente una riforma organica, un approccio condiviso e di sistema’. Loreto Del Cimmuto, direttore Legautonomie, crede nel sistema delle gestioni associate. Intervistato dalla Dire, però, avverte: ‘A oggi sono circa 300 le esperienze di gestioni associate dei piccoli comuni, fatte attraverso le unioni, ma resta una situazione molto frammentaria, nata sotto la spinta dell’emergenza, e disciplinata tramite decreto solo pezzo per pezzo. La Carta delle autonomie dovrebbe essere la carta fondamentale per disciplinare la situazione ex novo’.

Cosa non va oggi? ‘Tante cose. Per esempio- spiega Del Cimmuto – la diversa disciplina dei comuni fino a 1000 abitanti e di quelli dai mille ai cinquemila. Tutto è diverso: tempi e modalità. Sarebbe molto meglio se la legislazione fosse più chiara e omogenea’. Poi, aggiunge: ‘C’è una necessità condivisa di implentare le gestione associate. Il nostro appello è che si rimetta la discussione della Carta delle autonomie sui binari giusti: si era già pervenuti a un giudizio positivo sull’impianto dell’epoca. Ora probabilmente servirà tornarci sopra, ma la strada da percorrere è quella di una riforma complessiva’.

Approvare la Carta delle autonomie, ribadisce Del Cimmuto, potrebbe aprire altri scenari: ‘Dobbiamo sostanzialmente entrare nella logica della sussidiarietà, dobbiamo sostenere la creazione di un ente locale robusto ed efficace, dobbiamo superare la frammentazione comunale che non consente di gestire i servizi in maniera adeguata e soddisfacente’. Cosa cambierà per i cittadini? ‘Molto, a partire dai servizi pubblici locali. In un momento in cui si va verso la privatizzazione e la liberalizzazione dei servizi, dove le gestioni pubbliche sono ormai residuali, serve un forte soggetto pubblico con una buona funzione di regolazione. I cittadini saranno destinatari di servizi più efficienti ed efficaci’.

ELENA GAMBERINI (UNIONE COMUNI BASSA REGGIANA): NON C’È OBBIGO MA LE FACCIAMO LO STESSO – L’Unione dei Comuni Bassa reggiana funziona, e lo fa su base volontaria. ‘Per noi nessun obbligo’, chiarisce subito alla Dire la direttrice, Elena Gamberini. ‘Non siamo costretti dalla legge ad organizzarci in senso sovracomunale, ma lo facciamo lo stesso’. Piano piano, da aprile 2009 ad oggi, i risultati positivi ci sono stati.Niente di eclatante, ma la struttura dell’Unione regge bene e rende l’amministrazione degli otto comuni e degli oltre 70.000 abitanti efficiente e innovativa. ‘Questo tipo di organizzazione- spiega Gamberini-, permette di offrire servizi nuovi, o potenziare quelli già esistenti. Penso ai controlli della Polizia municipale, per esempio. Le risorse umane a disposizione vengono gestite meglio e su tutto il territorio, l’ufficio del personale è diventato unico, si risparmia anche indicendo gare d’appalto uniche in cui si ottengono offerte maggiormente vantaggiose, e i tempi di rilascio delle pratiche si sono di molto ridotti’.

I binari su cui l’Unione viaggia sono quelli di qualità e innovazione, su cui ‘i risultati ci sono’, assicura la direttrice. Nessuna ombra? ‘Gli unici ‘contro’ che abbiamo riscontrato sono legati alla lentezza delle decisioni’. Mettere d’accordo otto amministrazioni è più difficile che raggiungere l’accordo con una sola, in sostanza, ma gli ostacoli non sono limitati all’area gestionale. ‘Ne troviamo soprattutto di tipo culturale, in verità’, chiarisce Gamberini. Prima di tutto, le difficoltà nascono quando si cerca di educare i funzionari pubblici all’amministrazione sovracomunale. Secondo poi, c’è una dimensione politica: la rappresentanza è vista come una criticità, perché ci si rivolge a persone non elette direttamente e questo allontana dai cittadini. Ma proprio loro, i cittadini, hanno una visione dell’Unione che è molto sfumata e indefinita. Qui entra in gioco il prossimo passo da fare: quello della comunicazione. ‘Dopo tre anni ci siamno accorti in maniera inequivocabile che non se ne può fare a meno. Molto probabilmente molti cittadini neanche lo sanno, che esiste l’Unione. Gestionalmente funziona, ma comunicativamente no. Ancora non abbiamo un’attività strutturata che faccia informazione su di noi, o un giornalino che ci racconti, per esempio. Ma ce ne doteremo, per farci conoscere sia dai cittadini che dalle imprese’. Ultimo punto, inevitabile, è quello delle risorse. ‘ Vogliamo puntare su esperimenti innovativi, ma oggi i Comuni non sanno nemmeno se possono garantire il mantenimento di quello che già c’è. Si rischia di attenuare l’innovazione, di frenarla. Ci sono le intenzioni, e questo è buono, ma mancano le risorse. Il processo di miglioramento viene rallentato da questo’.

BORGHI: COSI’ RISCHIAMO UNA SITUAZIONE INGESTIBILE – ‘Non approvare al più presto la Carta delle autonomie, mentre il federalismo fiscale è già legge, rischia di creare una situazione ingestibile’. Enrico Borghi, presidente della commissione Montagna dell’Anci, intervistato dall’agenzia Dire, avverte: ‘C’è già un accordo politico, la Carta è al Senato. Chiediamo che venga calendarizzata immediatamente e diventi legge’. Perché la Carta è tanto importante? ‘Per evitare che il caos che è successo con l’Imu si ripeta. Mi spiego: se restano in campo più competenze amministrative in capo a più soggetti e allo stesso tempo lo Stato taglia i trasferimenti, è chiaro che ognuno aumenterà le imposte. La discussione sulla Carta delle autonomie renderebbe chiaro quali siano le funzioni fondamentali dei Comuni e quali di queste funzioni devono obbligatoriamente essere gestite su base associative, perché chi le gestisce ha ovviamente il potere tributario. Si doveva lavorare in parallelo al federalismo fiscale e al federalismo istituzionale, ma non è stato fatto. E oggi non approvare la Carta delle autonomie, mentre il federalismo fiscale è già legge, rischia di creare una situazione ingestibile’. Se ci fosse la volontà politica, osserva Borghi, i tempi potrebbero essere brevi: ‘Il testo della Carta della autonomie oggi è il Senato. E’ un testo su cui c’è la convergenza delle rappresentanze degli enti locali e c’è un accordo tra Anci e governo sulle gestioni associate che prevede tre meccanismi: si potrebbe approvare rapidamente. E’ importante, ripeto, perché lì c’è una chiara indicazione su quali siano le competenze da gestire in forma associata e ci sono le risposte a tanti anni di lavoro’.

Cosa cambierà per i cittadini quando le gestioni associate saranno a pieno regime? ‘Ci sarà la possibilità di mettere in rete i Comuni e quindi garantire livelli di prestazioni e servizi in termini qualitativi che i singoli comuni non sarebbero in grado di erogare. Chi dice che facendole si spenderebbe meno, non conosce la realtà. Forse nel lungo periodo, non nell’immediato. Ma sicuramente si avrebbe una ripercussione positiva sulla qualità del servizio: per esempio il trasporto scolastico, i servizi sociali, il servizio idrico e tante altre cose’. Infine, una precisazione: ‘Non è che non esistano già- spiega Borghi- oggi quasi tutti i piccoli comuni sono dentro una gestione associata. Con la Carta, però, ci sarebbe un positivo adeguamento dell’attuale sistema, sostanzialmente imperniato sulla volontarietà e su un meccanismo incentivante, con un meccanismo obbligatorio, che prevede l’intervento dello Stato solo in via perequativa’.

FRANCESCO RAPHAEL FRIERI (UNIONE COMUNI BASSA ROMAGNA): EFFICIENZA E RISPARMIO – La parola d’ordine è ‘efficienza’. Subito dopo, ‘risparmio’. Questa è l’asse su cui si regola l’Unione comuni bassa Romagna, diretta da Francesco Raphael Frieri. E’ lui a raccontare alla Dire come organizza i nove comuni del territorio, diversi per amministrazione politica e per densità demografica. ‘La nostra è una federazione di Comuni, e come tale noi la gestiamo’, precisa. A partire, ad esempio, dai 28 servizi retti in maniera associata. Tranne anagrafe, cultura, lavori pubblici e poco altro, il resto è tutto in comune. ‘L’Unione copre il 70, l’80% delle attività’, prosegue Frieri, che fa il punto della situazione da tre anni a questa parte. Anzi, fa i conti. ‘Organizzandoci come abbiamo fatto, la spesa pubblica consolidata si è ridotta del 2,5/3% annuo. Si parla di un risparmio da 600.000 a un milione di euro’. Contemporaneamente, i servizi sono stati potenziati. ‘Ogni assunzione è stata mirata. Le professionalità sono specialistiche’, tanto da arrivare a una situazione non usuale per le amministrazioni ‘singole’: quella della vendita di servizi. ‘Sì, noi siamo molto avanzati in alcuni settori’, spiega Frieri, ‘e per questo riusciamo a vendere servizi ad altri enti. Per esempio, a Comuni esterni all’Unione’. I servizi ‘esportati’ sono quelli delle autorizzazioni antisismiche, quello informatico, tra gli altri, e, inoltre, quello che si occupa di trattamento pensionistico. Ma non finisce qui. L’Unione presta anche consulenze al di fuori del proprio territorio, e si dedica alla formazione del personale. Per il rapporto con i cittadini, infine, si affida a una capillare attività sondaggistica. La bussola? Raggiungere la riduzione della spesa. Una delle tappe per arrivare a questo obiettivo è l’utilizzo di una struttura a rete, non centralizzata, ‘così nessuna zona è sguarnita di sedi amministrative’. Dovendo scegliere un elemento che dia valore aggiunto, il direttore punta sulla programmazione. Una scaletta di obiettivi che vengono valutati e gestiti, evitando ‘di agire solo sull’emergenza, come di solito succede’ quando le municipalità sono singole.

L’esperienza dell’Unione, conclude Frieri, non è da considerarsi ‘vantaggiosa solo per i piccoli comuni. Noi ne gestiamo alcuni con decine di migliaia di abitanti e abbiamo riscontrato dei grandi vantaggi. Riusciamo a dare dei servizi alla cittadinanza con un’efficienza che non è facilmente raggiungibile per un centro che si muove da solo’.