Patto di stabilità, tregua armata tra Comuni e governo

12 marzo 2012 | Pubblicato in: News
Il settimanale di approfondimento tematico a cura di Legautonomie e Agenzia Dire si occupa questa settimana del Patto di stabilità.
 

Sul patto di stabilità è ‘tregua armata’ tra i Comuni e il Governo dopo l’incontro per mettere in piedi una trattativa che sblocchi una situazione ormai insostenibile. La questione, su cui tutta Legautonomie è mobilitata, è quella delle risorse in più che gli amministratori hanno e che non possono utilizzare per garantire servizi fondamentali per i cittadini. Ma se da una parte si apre uno spiraglio verso l’obiettivo di una maggiore flessibilità di spesa, dall’altra si registra la totale chiusura sui saldi finali, una spada di Damocle che pende sui comuni italiani costretti a far quadrare i conti in tempi di crisi. Gli amministratori locali chiedono almeno di poter pagare le imprese che hanno fornito beni e servizi, ma sono tante le domande che attendono una risposta dal tavolo che dovrà essere istituito entro pochi giorni: in caso di esito negativo, i comuni sono pronti a privilegiare le esigenze di cittadini e imprese piuttosto che rispettare regole ritenute ‘ingiuste’.

Il patto di stabilità interno, introdotto nella nostra legislazione con la legge n. 448 del 1998, nasce dall’esigenza di far convergere le economie degli Stati membri dell’Unione Europea verso specifici parametri, cercando di tenere sotto controllo l’indebitamento netto degli enti territoriali. Le regole fiscali, di fatto, hanno fissato i confini in termini di programmazione, risultati e azioni di risanamento all’interno dei quali i Paesi membri possono muoversi autonomamente.

Sul patto di stabilità è ‘tregua armata’ tra i Comuni e il Governo dopo l’incontro per mettere in piedi una trattativa che sblocchi una situazione ormai insostenibile. La questione, su cui tutta Legautonomie è mobilitata, è quella delle risorse in più che gli amministratori hanno e che non possono utilizzare per garantire servizi fondamentali per i cittadini. Ma se da una parte si apre uno spiraglio verso l’obiettivo di una maggiore flessibilità di spesa, dall’altra si registra la totale chiusura sui saldi finali, una spada di Damocle che pende sui comuni italiani costretti a far quadrare i conti in tempi di crisi. Gli amministratori locali chiedono almeno di poter pagare le imprese che hanno fornito beni e servizi, ma sono tante le domande che attendono una risposta dal tavolo che dovrà essere istituito entro pochi giorni: in caso di esito negativo, i comuni sono pronti a privilegiare le esigenze di cittadini e imprese piuttosto che rispettare regole ritenute ‘ingiuste’.

Il patto di stabilità interno, introdotto nella nostra legislazione con la legge n. 448 del 1998, nasce dall’esigenza di far convergere le economie degli Stati membri dell’Unione Europea verso specifici parametri, cercando di tenere sotto controllo l’indebitamento netto degli enti territoriali. Le regole fiscali, di fatto, hanno fissato i confini in termini di programmazione, risultati e azioni di risanamento all’interno dei quali i Paesi membri possono muoversi autonomamente.

COMINCINI: “ELETTI PER FARE OPERE MA CI VIENE IMPEDITO” – “Gli amministratori sono stati eletti per fare, ma se abbiamo dei limiti sui pagamenti e degli impedimenti su soldi che ci sono, si crea un vulnus al processo democratico. L’altro aspetto critico è legato alla crisi: in un momento così servirebbero maggiori investimenti, considerando che l’immissione di denaro nel ciclo economico porterebbe dei benefici generali, consentendo di far ripartire i consumi”. Lo dice Eugenio Comincini, sindaco di Cernusco sul Naviglio e presidente di Legautonomie Lombardia, interpellato dall’agenzia di stampa Dire sulla questione del patto di stabilità. “Credo che lo Stato – aggiunge – dopo essere intervenuto aumentando la propria disponibilità finanziaria di cassa (si pensi alla norma sulla tesoreria unica), non possa esimersi dall’alleggerire almeno in parte il patto di stabilità e consentire quindi ai comuni di aumentare le possibilità di pagamenti da effettuare e quindi immettere risorse nel sistema per stimolare la domanda”.

Secondo Comincini, “il sacrificio che in questi anni ci è stato chiesto è esorbitante rispetto al peso sulla spesa pubblica complessiva. E mi chiedo perché ai ministeri non sia mai stato applicato un patto di stabilità, perché non siano state operate scelte che limitassero la loro spesa e i loro pagamenti, perché solo da poco regioni e province siano state sottoposte a questi vincoli. Eppure i comuni sono quelli che producono opere e investimenti davvero interessanti e utili per i territori e i cittadini, con un controllo maggiore sugli sprechi. E i comuni, soprattutto, nel loro insieme non generano deficit allo Stato. Nessuno pretende che il patto di stabilità venga eliminato, però ci può essere una stretta maggiore da altre parti”.

Un primo segnale dal Governo è arrivato al termine dell’incontro di martedì scorso con l’Anci. “Intanto è positivo che ci si sieda intorno a un tavolo per discutere e riconsiderare delle regole che permettano ai Comuni di poter effettuare investimenti senza avere la tagliola del patto. Bisogna capire che i Comuni, in taluni casi, sono diventati “agenti di morte” delle aziende italiane, fallite proprio a causa dei mancati pagamenti da parte degli Enti Locali. Tra l’altro non mi risulta che in Francia o in Germania il patto di stabilità interno incida in maniera così folle sui Comuni e sulle imprese”.

Parlando del proprio territorio, Comincini spiega che “in questi cinque anni di mio governo non ho fatto altro che correre dietro al patto e alle sue modifiche e alla programmazione della nostra spesa dovendola rivedere tutti gli anni, anche più di una volta in dodici mesi. Nonostante questo siamo riusciti a rispettare i vincoli e a fare anche tante opere; però alcune abbiamo dovuto accantonarle o rimandarle, con risorse che abbiamo ma che il patto ci blocca. Per il nostro Comune il patto di stabilità pesa più per quel che riguarda gli investimenti piuttosto che la spesa corrente. A Cernusco sul Naviglio abbiamo già approvato il bilancio comunale, ma con tre milioni di euro in meno rispetto al 2011 e 250mila euro in meno rispetto al 2007, anno in cui ho iniziato a fare il Sindaco. È ridicolo ed assurdo, con esigenze ma anche redditi e cittadini che sono cresciuti. Abbiamo capito che c’è una necessità – conclude – ma non è che lo Stato si possa prendere tutto…”.

MISIANI: ‘IL 19% DELLE MANOVRE RICADE SUGLI ENTI LOCALI’ – “L’alleggerimento del patto di stabilità è necessario perché gli enti locali stanno sopportando uno sforzo sproporzionato rispetto alla loro quota di deficit e debito pubblico. Le manovre degli ultimi due anni sono state durissime: 101 miliardi di euro tra maggiori entrate e minori spese, con l’obiettivo di raggiungere il pareggio nel 2013. Di questi, ben il 19% è stato messo a carico di comuni, province e regioni, che in realtà sono responsabili dell’11% del deficit e del 6% del debito pubblico”. Così all’agenzia di stampa Dire Antonio Misiani, deputato del Pd e membro dell’ufficio di presidenza nazionale di Legautonomie. “Un altro motivo per rivedere il patto riguarda il suo funzionamento, che sta provocando un crollo senza precedenti delle spese di investimento, pari nel solo 2010 al 16,9% in meno per i comuni e al 15,5% in meno nelle province. Dati drammatici, se pensiamo che oltre metà degli investimenti pubblici sono realizzati dagli enti locali”.
Per Misiani “è senz’altro positiva” la volontà di istituire un tavolo di trattativa emersa durante l’incontro tra Anci e governo. “Bisogna riavviare il confronto per arrivare al più presto ad una revisione complessiva dello strumento, tenendo conto che nel 2013 la finanza pubblica dovrebbe raggiungere il pareggio di bilancio e quindi non ci dovrebbe essere più necessità di ulteriori manovre di rientro. In quell’anno, peraltro, il patto verrà esteso anche ai comuni tra i mille i cinquemila abitanti e se le regole rimangono invariate si rischiano enormi problemi nelle piccole realtà municipali. Se la situazione finanziaria del Paese migliorasse, sia con il recupero dell’evasione fiscale che con l’alleggerimento degli interessi passivi in seguito alla diminuzione degli spread, io credo che una parte di questi margini dovrebbero essere dedicati a dare sollievo alla finanza locale”.
Per il momento Misiani è “prudente: il governo sta dando seguito all’impegno assunto con la manovra “salva Italia” di avviare la revisione del patto. Naturalmente poi bisogna vedere se al confronto seguiranno fatti concreti. Mi auguro che si trovi un accordo: tutti sappiamo quanto sia stretto il sentiero della finanza pubblica, ma la situazione finanziaria degli enti locali è ormai insostenibile. Personalmente, non posso che comprendere quegli amministratori che posti di fronte all’alternativa tra rispettare il patto o pagare i fornitori, abbiano optato per la seconda scelta. Un amministratore – conclude – deve innanzitutto rispondere alla comunità locale che guida, anche se ovviamente la violazione del patto interno di stabilità è e deve rimanere un’extrema ratio”.

RISI: I COMUNI HANNO GIA’ PRESO TANTE PUGNALATE – ‘Il patto di stabilità è un altro colpo all’autonomia dei comuni, che già stanno prendendo tante pugnalate’. Lo dice all’agenzia di stampa Dire il sindaco di Nardò, Marcello Risi, commentando gli esiti dell’incontro tra i comuni e governo sulla possibilità di alleggerire il patto di stabilità. ‘I vincoli- spiega- impediscono di spendere soldi, che pure sono a disposizione degli amministratori, in opere per il territorio e per la comunità. Impongono anche di rinviare pagamenti alle imprese che hanno già effettuato lavori. E non c’è ragione per cui i comuni, che hanno ormai sempre più competenze, non possano utilizzare fondi propri. In più oggi gli enti locali sono anche un motore di sviluppo e di economia: hanno a disposizione, però bloccati per i vincoli del patto di stabilità, somme che oscillano tra gli 8 e i 10 miliardi di euro. Usare queste risorse determinerebbe sicuramente occasioni di sviluppo in un Paese che è in affanno tra disoccupazione e indebitamento’. Ogni amministratore locale si trova quindi a contrastare problemi di varia natura, barcamenandosi tra l’urgenza di seguire il territorio e l’obbligo di restare nei confini stabiliti. A Nardò, per esempio, ‘i problemi più urgenti da risolvere riguardano le opere pubbliche e il decoro urbano. C’è bisogno di ammodernamento delle strutture pubbliche e di interventi di edilizia scolastica’. Purtroppo spesso bisogna scegliere quale servizio tralasciare o rimandare. ‘Lo scorso anno- aggiunge Risi- siamo riusciti a rispettare i vincoli del patto soltanto facendo sforzi straordinari e rinunciando a servizi o lavori, come per esempio quelli di pulizia delle spiagge, che hanno un costo di circa 100mila euro l’anno’. Ma resta ancora aperta la porta del tavolo di confronto da avviare nei prossimi giorni e da cui potrebbe venire un aiuto almeno in termini di flessibilità di spesa. ‘Devo essere sincero, non sono molto ottimista e non vedo la giusta considerazione da parte dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni per il ruolo e per le difficoltà in cui operano gli enti locali. Tuttavia confido nel fatto che vengano fuori delle novità per dare una mano ai comuni. Comunque già è un segnale positivo che ci si sia incontrati e si sia avviato un tavolo di confronto’.

MORI: UN DOPPIO STRAZIO CONDANNARE AZIENDE ALLA MORTE – ‘L’alleggerimento è necessario se vogliamo far ripartire l’economia e se vogliamo metterci in condizioni di poter pagare le poche opere pubbliche che in questi anni, attraverso la sedimentazione dei vari patti di stabilità, sono diventate sempre più rare’. A parlare è il sindaco di Montelupo Fiorentino, Rossana Mori, che all’agenzia Dire denuncia le difficoltà incontrate nell’amministrare un territorio che lancia in continuazione richieste di aiuto. ‘Allentare i vincoli significa anche dare una mano a un’economia che da una posizione in ginocchio sta per finire stesa. Noi viviamo in un territorio in cui tutti i giorni vediamo morire aziende che denunciano l’incapacità di far fronte ai loro impegni perché non riescono a riscuotere dalle pubbliche amministrazioni, e questo è un doppio strazio perché da una parte vorremmo mettere in campo tutti gli strumenti per far riprendere l’economia, dall’altra siamo anche gli stessi che contribuiscono alla moria delle imprese. Se il governo comincia a percorrere la strada dell’alleggerimento- spiega Mori- è un aiuto per tutto il sistema Paese, che si regge per la maggior parte sul sistema degli investimenti per le opere pubbliche. Condividiamo il ricorso ai sacrifici, più che necessari, però dobbiamo anche costruire presupposti per una ripresa’. A preoccupare il sindaco c’è la questione che riguarda la costruzione di un nuovo polo scolastico, ‘con tutti i criteri di ecosostenibilità: abbiamo gravi problemi a far fronte all’impegno assunto tramite la sottoscrizione di un mutuo. E’ importante quindi che almeno alcune opere vengano considerate di interesse nazionale e che escano dai patti di stabilità. Inoltre, uno dei settori più penalizzati è senza dubbio quello dell’occupazione: il nostro ente è sottodimensionato e abbiamo dovuto spesso istituire servizi che andassero a sostegno delle famiglie. In generale, ci troviamo in una situazione tale da non sapere con certezza se riusciremo a chiudere il bilancio comunale entro la data prevista per il 30 giugno’. Sull’istituzione di un tavolo di trattativa dopo l’incontro tra l’Anci e il governo, Mori vuole essere ‘ottimista, perché credo che in questi ultimi tempi ci sia stata una forte iniezione di buon senso nelle scelte che sono state fatte. Noi siamo in condizioni di estrema sofferenza, mancano risorse, sono diminuiti i trasferimenti da parte dello Stato e sono minori anche i trasferimenti dalle regioni in materia di welfare’.

Come Mori, anche il sindaco di Castelbuono (in provincia di Palermo), MARIO CICERO, spiega che ‘mantenendo questi vincoli non si farà più alcun tipo di investimento né opera pubblica. I soldi ci sono ma per non sforare i limiti del patto di stabilità non possiamo effettuare pagamenti. Sul tavolo sono ottimista perché soltanto una politica miope e sciagurata non può rendersi conto che stiamo facendo fallire numerose imprese, che hanno svolto dei servizi per noi ma non possono essere pagate. Aver prorogato al 30 giugno la scadenza per la chiusura dei bilanci comunali- conclude- non risolve il problema. Abbiamo solo rinviato l’agonia’.

[Fonte Agenzia Dire – http://www.dire.it/HOME/focus_.php?c=43195&m=3&l=it