Legge elettorale, Filippeschi: “Riforma monca senza il Senato delle Regioni”

23 febbraio 2012 | Pubblicato in: News

C’è un’occasione storica, che non va perduta”, spiega Marco Filippeschi, presidente di Legautonomie e sindaco di Pisa in un intervento pubblicato da L’Unità di domenica 19 febbraio. “Il Parlamento può spendere bene il tempo che resta. L’esito dei colloqui fra le forze politiche dà speranza, ma pone ancora domande decisive. Fare le riforme costituzionali e quella della legge elettorale significherebbe fare di una legislatura simbolo di crisi del paese e della politica una legislatura che segna una svolta e supera ritardi storici che sono all’origine della crisi. I sindaci, le autonomie locali, devono essere fra i protagonisti di questa fase cruciale, in stretta alleanza con chi rappresenta le regioni. In particolare, siamo direttamente interessati alla riforma del bicameralismo paritario, un sistema stantio, inefficace e costoso da superare radicalmente. Un’esortazione più volte ripetuta e motivata dal Presidente Napolitano.

Legge elettorale, Filippeschi: "Riforma monca senza il Senato delle Regioni"

Il bicameralismo italiano è in crisi. Una crisi di lunghissimo periodo, divenuta cronica, senza più motivazioni accettabili e difendibili che sostengano ancora questa parte cruciale dell’impianto costituzionale. Crisi che provoca con i suoi effetti concreti un difetto strutturale di funzionamento delle istituzioni. E’ il momento per l’istituzione del Senato delle Autonomie, perché regioni e autonomie territoriali abbiano una rappresentanza nazionale espressa direttamente.

Questa riforma del Parlamento, compiuta e coerente, trova un larghissimo e trasversale consenso, perché la semplificazione del sistema e il riequilibrio della rappresentanza, a garanzia delle riforme federaliste, sono urgenze sentite da tutti.

La sola riduzione del numero dei parlamentari, senza una differenziazione funzionale e definitiva delle due camere, non darebbe una vera riforma. Sarebbe una mezza riforma, che sacrificherebbe un obiettivo fondamentale. E le riforme incompiute sono già un’enorme palla al piede dell’Italia. Perché di certo i costi più evidenti del sistema vigente sono quelli dovuti alle lungaggini, alla farraginosità e all’opacità del processo di formazione delle leggi. Tutto quanto ha indebolito e delegittimato il Parlamento. Ma si paga un prezzo altissimo, forse più pesante, anche alla sottovalutazione dell’importanza del decentramento dei poteri e della responsabilizzazione dei governi locali. Il permanere bicameralismo paritario è in contraddizione aperta con la riforma federalista dello Stato, con la riforma del Titolo V e con l’esigenza diventata pressante di dare piena attuazione all’articolo 5 della Costituzione. Rappresenta una sorta di sfiducia preliminare e dichiarata sulla compiutezza di questa riforma e priva il sistema di uno strumento indispensabile di rappresentanza, di armonizzazione delle politiche, di reciproca responsabilizzazione, di ancoraggio, trasversale alle appartenenze politiche, ad interessi diffusi e cruciali per il radicamento della democrazia e per lo sviluppo. Ci priva di un’istituzione che segni il pieno riconoscimento del valore nazionale, pari ordinato, della rappresentanza territoriale che la Costituzione già sancisce. Uno strumento per il quale varrebbe davvero impiegare risorse e competenze, quali quelle oggi a servizio del Senato, volte a dare efficienza e coesione al sistema.

Dunque regioni e autonomie locali ora, quando si decide, devono far sentire con forza ragioni riconosciute, che hanno una valenza generale e un vastissimo consenso e che hanno trovato conferma nei documenti programmatici e in posizioni anche recentissime dei partiti. Si deve rivendicare una riforma fatta con le autonomie e per le autonomie, per quanto esse significano per ridare futuro all’Italia.

(Intervento pubblicato su L’Unità di domenica 19 febbraio 2012)

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