Gli enti locali fra manovre finanziarie ed emergenze sociali

11 ottobre 2011 | Pubblicato in: News

Forte incremento delle entrate tributarie (31,5%) ed extratributarie e da tariffe (+ 14% circa) previste, moderata crescita della spesa corrente (attorno ai 2-3 punti percentuali, se si esclude Roma dal calcolo dell’andamento medio), immobilismo degli investimenti (-0,9%), di fatto sostenuti esclusivamente dai “grandi Comuni”. Riduzione dell’incidenza della spesa per il welfare “allargato” (servizi sociali, cultura, istruzione, sport e tempo libero) e per il sociale in senso stretto, sul totale della spesa corrente, rispettivamente del 2,4% e dell’1,1%. Sono alcuni dei risultati della ricerca che Legautonomie ha presentato venerdì 8 ottobre a Genova durante il convegno nazionale “Gli enti locali fra manovre finanziarie ed emergenze sociali – Idee e proposte per il nuovo welfare”.
L’esame dei bilanci di previsione 2011 ha riguardato un campione significativo di 30 comuni distribuiti nel territorio nazionale ed è stato promosso da Legautonomie in collaborazione con lo Spi Cgil e l’Ires Lucia Morosini.

Si tratta di previsioni iniziali, che subiranno nel corso dell’esercizio finanziario importanti variazioni, tuttavia costituiscono il punto di partenza del programma annuale e indicano le scelte politiche effettuate dall’Amministrazione comunale.

Dalle analisi emerge con chiarezza la tendenza alla riduzione della spesa sociale comunale, accompagnata da un significativo incremento delle entrate da tariffe e tributarie, a cui si sommano l’effetto combinato dei tagli ai trasferimenti statali e del drastico ridimensionamento dei Fondi sociali nazionali.

Le elaborazioni sui bilanci di previsione per il 2011, mostrano i primi effetti delle “manovre correttive”: in un solo anno, 1.500 milioni di trasferimenti statali ai comuni sono venuti a mancare e la programmazione socio-economica dei comuni paga le conseguenze di un sistema ormai da ripensare. Nell’arco di 6 anni, tra il 2006 e il 2011, la quota di spesa corrente dei Comuni destinata al welfare si è ridotta del 3,1%, 2,4% solo nell’ultimo anno.

Per quanto riguarda la spesa sociale nominale si rileva invece un incremento del 2%. Ciò si traduce in uno stanziamento medio di 469,8 euro pro-capite nel 2011. Marcate, in questo aggregato di spesa, le differenze territoriali: al Sud, gli enti locali riescono a stanziare per il welfare solamente 289,3 euro per abitante, pari al 26,8% del totale della spesa corrente pro-capite. Nel Nord Ovest gli stanziamenti raggiungono i 570 euro per abitante e un’incidenza sulla spesa corrente di circa il 42%.

Negli ultimi 3 anni il Governo ha operato un taglio del 63% ai Fondi sociali nazionali, la decurtazione più significativa riguarda il Fondo nazionale per le politiche sociali (FNPS), istituito dalla legge 449/1997 e ridefinito con la legge 328/2000, che dal 2008 al 2011 è sceso da 929,3 milioni a 273,9 milioni di euro. La manovra di bilancio per il 2011 ha poi cancellato ogni stanziamento per il Fondo per la non autosufficienza, dotato di 400 milioni nel 2010, e ridotto in modo considerevole le dotazioni in capo agli altri Fondi sociali nazionali: la tendenza alla riduzione delle risorse per il sociale è destinata ad aumentare con la prossima approvazione dei bilanci di previsione per il 2012.

Come se non bastasse, con l’attuazione della legge delega per il riordino del sistema fiscale e assistenziale, attualmente all’esame della Camera, e con la quale il Governo intende recuperare almeno 20 miliardi a partire dal 2012, potrebbero verificarsi ulteriori tagli alla spesa sociale con pesanti ripercussioni sulle famiglie.

“I Comuni sono allo stremo delle forze, e presto molti di loro non riusciranno più a garantire le prestazioni di servizi essenziali per la collettività se non aumentando le tariffe dei servizi”, afferma il sindaco di Pisa Marco Filippeschi, presidente di Legautonomie. “Le autonomie devono uscire dall’angolo e riuscire ad imporre un punto di vista diverso, che punti sul welfare come chiave di volta per garantire lo sviluppo economico e sociale. Sarà pertanto importante respingere – conclude Filippeschi – la pasticciata e pericolosa proposta di riforma dell’assistenza del Governo, i tagli insostenibili di oltre venti miliardi di euro che essa contiene, e definire i livelli essenziali di assistenza previsti in Costituzione “.

“Gli entusiasmi del Governo sulla ‘big society’ – afferma Roberta Papi, assessore alle Politiche socio sanitarie del Comune di Genova e responsabile Welfare per Legautonomie, che è intervenuta al convegno – tendono sostanzialmente a nobilitare e a dare una copertura ideologica ai tagli alla spesa sociale, e quindi a far arretrare l’impegno pubblico. Al contrario è sempre più irrinunciabile e strategico un forte impegno statale con funzioni di programmazione, regia, regolazione e controllo, di garanzia per l’accesso di tutti i cittadini in condizione di bisogno alla rete dei servizi, e che il privato profit e non profit sia capace di essere imprenditoriale. Occorre – spiega Roberta Papi – un ripensamento profondo dei modelli organizzativi, del modus operandi delle strutture e degli uffici preposti alle politiche sociali, ed è necessario un forte decentramento delle politiche di welfare, bisogna cioè riportare a livello territoriale – conclude Papi – non solo le prestazioni erogate alle persone, ma la progettazione degli interventi ed anche buona parte di quel 90% di risorse gestite a livello centrale”.

Dello stesso avviso è Lorena Rambaudi, assessore alle Politiche sociali della Regione Liguria e coordinatrice della Commissione Politiche sociali della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, che sottolinea come “la legge delega di riordino del sistema fiscale e assistenziale, attualmente all’esame del Parlamento, contenga una visione residuale del welfare, perché destruttura il sistema dei servizi sociali che si è costruito con tanta fatica nel corso degli anni”.

 

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